Post fotografia

Un mezzo ibrido come la tecnologia fotografica contiene in sé un potenziale latente che comunica con la mente e l’immaginario, immateriali per definizione.

E non è solo per il gap analogico-digitale, che ha lasciato, non si sa bene chi, orfani di quel procedimento chimico e del relativo e necessario supporto della materia. Oggi le fotografie le fanno i numeri, un codice binario che scrive con la luce su un sensore dove mal che vada, se la foto non viene stampata, resterà nell’immateriale: visione attraverso uno schermo retroilluminato in combinazioni di zero e uno accatastate in hard disk che sono talmente contemporanei da non lasciarci sapere che fine faranno, come ogni cosa contemporanea e in divenire.

Una possibile declinazione per il concetto di Dopo

La smaterializzazione della fotografia è uno dei postulati alla base del pensiero post fotografico ma io spesso mi chiedo che ne sarà Dopo nel senso di Dopo? Quando sarò morta, che fine faranno le mie fotografie, i miei hard disk, miei e quelli di altri milioni di fotografi? Sicuramente è una domanda dettata dall’ego, perché di fatto, quando sei morto, come minimo cambi stato ergo le tue foto non sono più affare tuo, proprio a livello ontologico.

Trovo un nesso poetico tra le riflessioni e gli usi della post fotografia e le riflessioni sul post vita.

E’ il Dopo che li accomuna ed è interessante che la post fotografia possa essere praticata fino alla fine, ma sul post vita nessuno e dico nessuno può avere il controllo né saprà, nemmeno gli autori più fortunati che lasceranno fondazioni ad occuparsi del loro archivio, cosa accadrà. Ovviamente sto parlando in termini fotografici.

Penso a tutti quei fotografi che rimarranno nascosti seppure geniali, quanti milioni di eterni secondi con relativi milioni di foto, resteranno in codice binario e sconosciuti, quanti hard disk, se funzionanti, verranno formattati cancellando le peripezie creative di una vita sconosciuta, di milioni di menti che hanno dato forma visiva all’immateriale materia mentale?

Esisteranno i mercatini vintage che venderanno scatole di hard disk a 5 soldi?

Questo è solo un pensiero che non ha nulla a che fare col concetto di post fotografia ma che gli è forse assonante in termini linguistici e vale la pena, ogni tanto, chiedersi che fine faranno i nostri codici binari personali, anche quelli fotografici.

La post fotografia è qualcosa che oltrepassa la fotografia stessa, alla luce, forse, proprio della sua natura ibrida e imprendibile. La post fotografia vede usare la riappropriazione di fotografie vernacolari, anonime e vintage, fare collage di immagini diverse, mischiare la fotografia con altre forme artistiche, scattare foto attraverso telecamere di sicurezza, attraverso algoritmi, cancellare parti di foto lasciando le figure bianche, l’unica cosa che accomuna questi procedimenti è che le immagini primarie, a prescindere da dove provengano, sono prodotte attraverso una procedimento fotografico. Le opere finali, risultanti dei vari processi di acquisizione-montaggio-manipolazione, sono spesso ibride. Forse diventa ancora più appropriato, nei casi dove c’è commistione tra diverse tecnologie, parlare di immagini anziché di fotografie? Del resto, molti artisti fotografi hanno già iniziato a farlo (prima di seguire i critici ‘selettori all’ingresso’, dovremmo seguire gli artisti, è quello l’ordine logico). Quanto più sono immateriali i processi di produzione tanto più sembrano fare il verso alla mente, all’immaginario (forse sempre perché riteniamo che quello che si scatta con la macchina fotografica debba appartenere ad un ordine di verità precostituito quindi se scatto una foto ho immortalato qualcosa di tangibile). Se faccio una foto ad un modellino in scala, la foto rimane vera, ma riprende una porzione di qualcosa, qualcosa più o meno verosimile, messo in scena, dato a vedere. Quindi la fotografia sarebbe meno vera perché non riprende qualcosa di realmente accaduto o di reale nel senso di esistito in qualche modo? In realtà il modellino è accaduto altrimenti non lo potevo fotografare.

Dal mio personale punto di vista, in questi tempi siamo chiamati ad un lavorìo di ampliamento dei nostri orizzonti di senso, di conoscenza e produzione di immagini/fotografia, perché forse, quanto più sono ibride e meticce, tanto più possono aiutarci a decifrare, raccontare il mondo e il ‘post collasso cognitivo’, forse aiutandoci anche a porre intelligenti quesiti e nuove cosmogonie di senso.

Ad esempio, se facessimo davvero nostra l’affermazione di J.T. Mitchell, ‘i mixed media non esistono’, come sarebbe la nostra fotografia e che senso avrebbe parlare di post fotografia?

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