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Di seguito, alcune delle esercitazioni e dei progetti finali realizzati dai partecipanti ai laboratori di fotografia.

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‘Scrivere con le immagini’, laboratorio di scrittura e fotografia, settepiani – servizi editoriali, Perugia. Esercitazione.

‘Imago – o anche riscrivere le immagini’

Ho consegnato alla classe, a scatola chiusa, delle mie immagini, senza spiegare a quale lavoro appartenessero.
Questa è  una foto di ‘the dreamers’. La sua interpretazione, attraverso la scrittura, ha colto i particolari esoterici, riscrivendo la foto con quanto basta di epica e mistero. Non è un caso che abbia scelto di far lavorare su alcuni dei miei lavori che prevedono la partecipazione delle persone, con questa operazione, infatti, ho permesso che la mia opera venga re-interpretata, non solo come accade nel processo di visione da parte di uno spettatore, ma rendendo la classe degli ulteriori partecipanti e sottoponendo l’opera ad un processo di scrittura ulteriore.

Valeria Pierini

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‘Fotografia e narrazione’, Cam – corsi di arti e mestieri, Foligno

‘Quel profumo di erbe selvatiche’, progetto finale di Maila Guglielmi.

Quel profumo i erbe selvatiche è il progetto finale realizzato da Maila partendo dall’esercizio di cut-up svolto in classe. Il leitmotiv del workshop dedicato alla narrazione fotografica è stato la riflessione sul tempo, su come il tempo personale influisce nelle nostre foto e su come può essere utilizzato sia come riflessione iniziale o come filo conduttore di un progetto. Quanto, quindi, ogni lavoro fotografico, seppure non autobiografico, porta con sé del tempo dell’autore?
E come si creano dei cortocircuiti temporali, delle storie che siano fuori da uno spazio tempo definito e soprattutto fuori dalla contemporaneità? E’ davvero possibile?
Maila si è guardata a ritroso, riflettendo sulla sua bisnonna che non ha conosciuto se non nei racconti di famiglia (primo scarto spazio-temporale) e ha indagato tra chi ha ancora memoria di lei appuntandosi come un reporter le testimonianze e si è fatta portare nei luoghi in cui questa sua nonna ha vissuto (altro scarto temporale dato che molti di quei luoghi sono diversi rispetto allo stato in cui versavano nelle narrazioni che ha ricevuto). Dati questi tre elementi, ha deciso di far parlare la bisnonna in prima persona, inserendo sotto le foto la sua scrittura a mano, come se fosse questa sua nonna a parlare sotto ogni foto-indizio. A questo punto siamo fuori dalla documentazione o il mero resoconto bensì di fronte a un esercizio di fiction e di metempsicosi, dove attraverso le immagini di cui è composto, lievi, a tratti posate, e luoghi i e temi specifici di cui si narra (il cibo, la spiritualità, la fatica, le ‘storie di una volta’, dei veri e proprio archetipi), ognuno può ritrovare qualche proprio antenato.

Valeria Pierini

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‘Mi rap-presento’, laboratori di fotografia, Liceo Pieralli, Perugia.

Sulla fotografia o anche del ‘chi sono io’

Durante i laboratori di fotografia al Liceo Pieralli di Perugia, ho chiesto ad ogni classe ‘cosa è la fotografia’ e ho chiesto ad ogni studente di presentarsi tramite delle foto a degli oggetti a loro cari, quelli di cui non possono fare a meno e che secondo loro contribuiscono a dargli la loro identità, ‘cosa ti definisce? Quali sono le cose che ti rendono riconoscibile?’ Ho altresì, in sede di esercitazione collettiva, realizzato dei ritratti, creando una sorta di annuario delle classi terze, censendo più di duecento studenti. Al di là degli usi prettamente scolastici e laboratoriali, cosa fare con tutto il materiale raccolto? E con le testimonianze raccolte in classe? E con quelle centinaia di foto di oggetti? Un ragazzo in una classe mi ha chiesto perché mi appuntassi le loro risposte in merito a cosa sia la fotografia, ‘per motivi di studio’, gli ho risposto. Le trascrizioni mi sarebbero servite quantomeno per ‘tenere memoria’ e come spunto di riflessione teorica e pratica. Ho tuttavia iniziato a ponderare su alcuni punti: il primo, è che avere circa duecento ritratti di ragazzi minorenni fatti su richiesta della scuola ma inutilizzabili altrove è quasi come non averne; il secondo punto è quello che mi ha fatto partire l’idea: ‘hai dei ritratti inutilizzabili, e molteplici definizioni di cosa sia la fotografia, parti da qui’. Ho allora lavorato per sottrazione: alle definizioni della fotografia, molte delle quali estremamente pertinenti, altre inaspettate, altre più ‘comuni’ – nessuna sbagliata, vista la grande versatilità del mezzo fotografico – ho scelto di accostare dei non-ritratti. Il ritratto è uno degli usi tipici della fotografia, non solo, in sede di laboratorio abbiamo proprio lavorato sull’auto-rappresentazione e su come ci rappresentano gli altri. Abbiamo definito cosa è una fotografia partendo dalla sua definizione scientifica e allo stesso modo abbiamo definito la narrazione e l’auto-narrazione declinando poi queste due enunciazioni alla rappresentazione fotografica. Cosa rende speciale un ritratto? Cosa rende riconoscibile una persona e cosa ha creato un alone quasi esoterico e magico verso i primi ritratti fotografici fin dalla fine dell’800? Un ritratto descrive e mette a nudo qualcuno, seppure con buona pace del fatto che l’oggettività in fotografia è solo una chimera, lo mette a nudo nel senso che chi viene fotografato, una volta che si osserva, si chiede ‘è così che sono? mi vedono così, quindi?’ – pensa tu quello che accade nella testa di un sedicenne. Ritrarre (in senso stretto) un volto significa rendere visibili in primis i tratti del viso: un volto senza gli occhi e poi senza la bocca non è più un volto. Quindi, la mia sottrazione è stata accostare alle definizioni della fotografia, qualcosa che sia ‘non-fotografico’ (non in senso di processo di produzione ma di contenuto): dei ritratti-non ritratti, dei volti-non volti. La terza riflessione che ho fatto è stata veder emergere dei topoi in merito alle categorie di oggetti fotografate dagli studenti: ho notato che c’erano degli oggetti che ricorrevano anche più volte in una classe: i pupazzi di peluche e le cuffie per ascoltare musica. Ovviamente, anche altre categorie di oggetti si ripetono, ma in misura a volte anche di molto inferiore. Niente deduzioni tendenziose sui caratteri possibili che emergono o sulle storie dei ragazzi che possono venire in mente (non in questa sede), solo un dato di fatto derivato dall’accumulo seriale di tassonomie. Si presenta qui una piccolissima selezione visiva di queste riflessioni, quanto ho distillato del materiale raccolto, con in chiusura alcuni degli oggetti fotografati dai ragazzi.

Valeria Pierini

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‘Trovo rumore e musi lunghi’ (selezione), Diego Cicionesi
progetto finale workshop ‘Cose, luoghi e persone’
in collaborazione con Associazione Culturale Deaphoto, Firenze.

Quando ho visto per la prima volta TREML in classe mi è comparsa una sorta di scritta al neon nella mente: ‘lo spirito del tempo’.
C’è in queste foto e nel mood dell’autore quello che in tanti, anche solo tra chi ha le antenne accese, si percepisce: una melanconia latente, figlia di questa epoca che fagocita tutto ad una tale velocità da renderne ancora più difficile la comprensione. Ho trovato in questo progetto, di stampo più diaristico rispetto alla precedente produzione dell’autore, quantomeno per ciò che riguarda l’input di partenza, sancito nero su bianco poi sulla carta, uno specchio del tempo e dei sentimenti di molte persone. In sostanza di chi si rende conto di non avere molto interesse per la socialità mordi e fuggi, di chi percepisce ‘un mondo cattivo in vari modi e ovunque vai’*, un mondo che non dà tregua né tempo per concedersi alle affezioni, che non lascia spazio a forme empatiche di relazione e scambio. Le foto alle persone, sono proprio quelle che rappresentano questo concetto perché di fatto sono presentate come moltitudini informi in spazi e tempi indefiniti. Quello che è lento e visibile, schiaffato dritto in faccia all’osservatore, sono gli oggetti o i luoghi desolati e vuoti, quasi come fossero gli occhi, gli unici, che guardano il nostro tempo e queste persone che si muovono come in un termitaio, ‘dove vanno-cosa guardano?’.
Non c’è da parte dell’autore una critica aperta, una denuncia esplicita di stampo documentario, ma solo una presa di posizione che da se stesso guarda in fuori e ci si riflette, capendo che non è l’io ad avere ‘un problema’ ma che riflette e sente lo zeitgeist. C’è in queste foto, una normalità, un inquadrare le cose a cavallo tra la decontestualizzazione degli oggetti, quasi onirica, e il realismo. Poi ci sono le persone, intermezzi, quasi cacofonici, che sembra di vederle muoversi in quei terminal o di sentirne i passi, in un silenzio assoluto che però è mentale, quasi un desiderio, silenzio altresì impossibile da percepire in contesti del genere.
Un silenzio che in queste foto è l’istante, congelato da Diego, in queste ‘istantanee di inquietudine’,** per dirla col titolo di un testo a me caro. Perché del resto, nel workshop che abbiamo realizzato ‘cose, luoghi e persone’, si partiva dal testo e ad esso si ritornava. ‘Testo’, inteso alla fine del percorso, non solo come insieme di parole organizzate da una sintassi che esprimono contenuti, ma un testo fatto di immagini, anch’esse cadenzate, pesate, volte a raccontare, evocare, rappresentare, anch’esse dei contenuti; o un testo composto da immagini e parole. Sempre riflettendo, in realtà, su questo spirito del tempo, perché in questo workshop, di creare immagini a caso, non ce ne è importato nulla, e a quanto pare, tutto torna, il testo e lo zeitgeist.

Valeria Pierini

* ‘Mondo cattivo’, Marlene Kuntz, Bianco sporco, Emi, 2005.
** ‘Istantanee d’inquietudine’, Norberto Luis Romero, Edizioni Arcoiris, 2012.

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‘This mess we’re in’ Alessandro Comandini e Valeria Pierini
progetto finale workshop ‘Cose, luoghi e persone’
in collaborazione con Associazione Culturale Deaphoto, Firenze.

‘This mess we’re in’ è un dialogo semi-stonato tra due esistenze.
Partendo dalle suggestioni tipiche della narrative art, che vogliono l’uso di fotografie e testi come unicum, gli autori hanno dato vita ad una corrispondenza che lavora per richiami: visivi (si inizia col primo dato dall’incipit di Alessandro) e testuali, (il secondo, con l’ingresso di foto e testi insieme). Qui, la presenza dell’interlocutrice entra di prepotenza tramite un copioso flusso di coscienza di stampo diaristico e inedito: dalla carta all’opera a quattro mani, testi scritti, non elaborati o contestualizzati in altre opere, testi presi e usati come degli object trouvé o ready made, capaci – chissà – di dialogare con quelli di un altro e, forse, speranzosi di essere ‘custoditi, lavorati, distillati e masticati’ da qualcuno che non sia l’autrice. Si evince la grande lezione dell’arte partecipata, ovvero dare a qualcuno la propria esperienza affinché la rielabori fino a che non diventi altro, perché delle cose che accadono bisogna parlare fino a che non perdano forza o si trasformino, perché ‘pronunciare qualcosa è farla accadere*’ ed è qui che il limen tra realtà e fiction svanisce.
Nasce quindi una corrispondenza fatta di immagini e testi.
La scelta dell’analogico e della fotografia istantanea non vuole che esasperare la provenienza diaristica del progetto: impressioni visive e frasi e pensieri, dove non si sa dove finisce l’autobiografia e inizia la fiction. Quale miglior mezzo dell’imprevedibilità delle istantanee per fissare stati d’animo, per fermare l’evoluzione di una non-storia? perché non si stanno qui raccontando i fatti, né si documentano eventi o luoghi. L’unica traccia di narratività è scandita dal botta e risposta: testi uniti a immagini e immagini a volte da sole che rompono lo schema narrativo creato in apparenza; forse due monologhi scambiati tra due sconosciuti, dove l’unico filo conduttore sono le impressioni che ognuno fissa nelle proprie battute. ‘Il pasticcio in cui ci troviamo’ è una grande metafora, rafforzata dal finale che si accartoccia su se stesso dove il testo entra nella foto in un gioco di ‘vedo non vedo’, una metafora del pasticcio in cui ognuno si trova con qualcun altro in vari modi e mondi, o, sovente, da solo. E queste pagine di diari personali scambiate e assemblate, ce ne danno la prova, attraverso la finzione narrativa, che più di altri mezzi, riesce ad imbrigliare e raccontare la vita, al pari degli atlanti scientifici.

Valeria Pierini

* Emily Dickinson

Tutte le Polaroid:  © Alessandro Comandini, tutte le Instax:  © Valeria Pierini

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Picture of you. Workshop di fotografia per ragazzi da CAM – Corsi di Arti e Mestieri a Foligno. Esercitazione.

Abbiamo notato che tra i nostri iscritti, c’è chi predilige la poesia come Elena, e chi preferisce la scienza, come Camilla. A tal proposito, dopo aver visionato i lavori di Joan Fontcuberta, l”atlante’ di Luigi Ghirri e l”atlas’ di Gerard Richter, abbiamo proposto alla classe di compilare, ognuno a proprio modo il propio erbario. sono emersi, quelli di tipo scientifico, come questo di Camilla, e quelli che partono dall’osservazione scientifca e approdano alla poesia, come il secondo, di Elena. Quando abbiamo chiesto di farci un resoconto sui temi affrontati in questi due giorni, il commento unanime è stato: non pensavamo che la fotografia avesse così a che fare con la scienza e che si potesse fare arte anche con metodi e soggetti di tipo scientifico. Siamo molto orgogliosi!

 

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Esercitazione collettiva, volta alla realizzazione dei progetti finali, del corso di fotografia da ICAM – Isitituto culturale di arti e mestieri di Foligno.

Soggetto: Palazzo dei Priori e e la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Come si racconta uno stesso tema con teste e occhi diversi?

Daniele, ispirandosi alla found photography e alle tematiche relative alla memoria, tanto care alla fotografia, fin dai suoi esordi, ha scovato foto d’epoca, a tratti usandole come bozzetti per le proprie foto, a tratti discostandosene. La visone ultima è il tanto caro ponte tra ‘passato e presente’ che si sussegue di generazione in generazione, importantissimo proprio per tenere allenata la memoria, come testimonianza, tuttavia, sempre con accezioni di carattere personale, ben lungi, quindi, dal testimoniare in modo oggettivo. Perché la memoria e il ricordo e l’occhio di chi fotografa, seppure agli inizi, non sono mai oggettivi e, per parlare di documentazione, storico o scientifica che sia, c’è sempre, da fare a priori un atto dichiarato di presunta oggettività.

Harriett ha creato tre sequenze di immagini concentrandosi su alcune sculture, una piccola catalogazione (altro tema caro alla fotografia), un archivio di volti, corpi e pezzi mancanti, a tratti fortemente decontestualizzati rispetto alle sale che li ospitano. Un po’ schedario, un po’ cartoline atipiche di un museo.

Loretta, come Daniele, si è ispirata al passato, usando foto d’epoca, che ritraggono la galleria e i suoi spazi, come traccia da seguire nelle sue foto. Com’è la galleria oggi? Quali sono le sale che vedo nelle vecchie foto? Come posso fotografarle?

 

Jennifer ha scelto di intervistare coloro che lavorano al museo andando poi a fotografare le suggestioni suggeritole dalle risposte. Quello che conta non è il nome di chi ha partecipato, ma il racconto di un luogo che diventa, corale, seppure eterogeneo, dove emergono non i dati anagrafici delle persone o storico/artistici delle opere, ma degli stati d’animo, delle idee di chi, tutti i giorni, è a contatto con la bellezza, come interviene l’arte quando accade nella vita delle persone. Per ognuno, Jennifer ha trovato una parola chiave che riassumesse il contenuto delle risposte, andando, a suo modo, ancora più oltre la mera documentazione/intervista, l’unico, questo, indizio personale dell’autrice.

Testi di Valeria Pierini

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‘Scrivere con le immagini’, laboratorio di scrittura e fotografia, settepiani – servizi editoriali, Perugia. Progetti finali.

I progetti finali sono stati creati attraverso due fasi: un brainstorming in classe dove attraverso la visione dei diari d’artista della docente, sono state messe a fuoco diverse metodologie che uniscono fotografia e scrittura. In seguito, ad ognuna è stata assegnata una foto della docente che doveva servire da incipit per la finalizzazione dell’idea per il progetto. Ognuna poi, doveva scegliere quale modalità adottare, tra quelle osservate. In classe, la lezione successiva, abbiamo finalizzato le idee attraverso i libri messi a disposizione della docente. Perché tutto può essere un’idea e materia di storie.

Laura ha lavorato sul concetto di ‘contenimento’. Ha usato la partecipazione delle altre persone al progetto facendo scrivere ad ognuno (compresi i ragazzi delle sue classi del liceo) la propria idea di contenimento. Di contro, lei ha fotografato oggetti che rappresentano il concetto di ‘contenimento’. In questo modo Laura ha unito le interpretazioni personali di ognuno, seppure date con lo scopo di definire qualcosa, alle sue foto ‘didascaliche’. Non c’è scopo narrativo ma descrittivo delle esperienze personali e collettive. Un piccolo dizionario visivo e testuale che parte proprio dalla definizione del vocabolario e che va poi ad esplorare l’uso che noi facciamo di quel termine. Le foto qui, anelano ad una presunta oggettività, i testi, rendono l’umanità, il sentire delle persone dimostrando come le definizioni che diamo alle cose tendono spesso ad una connotazione di tipo personale, tassonomie che si vanno ad aggiungere ad altre tassonomie, rendendo così il dizionario umano tanto esteso quanto variegato.

La conclusione che Claudia ha tratto dalla foto consegnatole è quella di ‘pace interiore’, il paesaggio come stato d’animo. Durante le ricerche in classe la sua idea è stata sintetizzata in ‘imago mundi’ e ‘terra incognita’: dal paesaggio come stato d’animo immaginato e agognato a territori inevitabilmente sempre nuovi, perché ogni atto di scoperta implica un accrescimento. Ha quindi proceduto a creare dei dittici formati da ‘cartoline’ (‘imago mundi’) alle quali ha contrapposto delle sue foto (‘terra incognita’). Il caos contro la quiete: cromatica, compositiva, di pensiero, di indole. Quasi dei piccoli haiku visivi. Dove le linee sono minimali, i colori tenui. Anche qui non è il racconto che interessa ma la descrizione, attraverso la dinamica degli opposti, di stati d’animo. Perché più un’anima è consapevole e più rigorosa, chiara e anche poetica, sarà la sua visione.

 

Claudia ha fissato su carta le ricerche fatte prima di iniziare a scattare.

‘Il 31 Ottobre del 1852 Henri-Frederic Amiel scriveva nel suo diario: Ogni paesaggio è uno stato d’animo, e colui che sa leggere in entrambi si meraviglierà di ritrovare la similitudine in ogni dettaglio. La vera poesia è più vera della scienza, perché è sintetica e coglie da subito ciò che la combinazione di tutte le scienze potrà al limite raggiungere un giorno come risultato. L’anima della natura è colta intuitivamente dal poeta, lo scienziato non può far altro che accumulare i materiali per la sua dimostrazione. Il primo resta nell’insieme, il secondo vive in una regione limitata. Il primo è concreto, il secondo astratto. L’anima del mondo è più aperta e intellegibile dell’anima individuale, perché alberga più spazio, più tempo e più forza per manifestarsi.’

‘Il fotografo diventa poeta quando, al pari di quest’ultimo, riesce, nella sua rappresentazione, a trascendere la materialità dello spazio reale e a cogliere intuitivamente l’anima della natura. La fotografia diventa un’esigenza dello spirito , per soddisfare quel bisogno costante di nutrire se stesso. Nell’immagine del paesaggio l’anima individuale riconoscerà se stessa come parte dell’anima della natura, l’imago mundis diventerà una reductio ad animam ed ogni elemento acquisterà un significato simbolico. Non sarà più importante il cosa si fotografa ma lo stato d’animo che si vuole trasmettere; inquadratura, composizione, scelta del soggetto, uso del colore diventeranno un’unica espressione dell’anima.’

 

Di Nuntia vediamo gli appunti preparatori arricchiti da ulteriori foto ispiratrici di rilevanza sociale, avendo infatti scelto le foto di due reportagisti per concretizzare la sua idea.
Il brainstorming succeduto alla foto in consegna è stato: solitudine – isola – esilio, da sviluppare attraverso una carrellata di ritratti in primo piano di tante più persone quanto variegate.
Come vivono le persone ai margini sociali, come i carcerati, queste condizioni di estremo isolamento? Dove finisce il confine tra l’essere un’isola e un esiliato?

 

Con Francesca abbiamo lavorato alla costruzione di un ‘almanacco della leggerezza’ che si svolgesse attraverso una dialettica di opposti. Francesca ha trovato tutte le parole che le evocassero il concetto di leggerezza e gli ha contrapposto termini dai significati opposti. L’almanacco di Francesca si compone della definizione di ogni parola (definizione di dizionario) e di una foto che la rappresenta (found photograpy) alle quali lei ha accostato la sua personale definizione e interpretazione fotografica della stessa. Un modo, questo che ‘gioca’ sulla presunta oggettività delle definizioni, che lega un sapere e un fare di tipo enciclopedico ad uno strettamente personale, seppure ne usa la metodologia. Siamo frutto di interpretazioni, di uno scambio continuo tra (presunta) realtà e interpretazioni, tra percezioni ed emozioni. Ed è qui che ogni esistenza ha valore e speranza in quanto è qui che diviene creativa.

 

 

Serena ha dato una sua interpretazione di cosa voglia dire essere ‘regina’, scegliendo quella che prevede una via iniziatica, un percorso di auto-consapevolezza per il quale una persona ‘becoming queen’. Ha usato la scrittura diaristica, le citazioni (principalmente derivanti da testi di canzoni o da poesie) e, non contenta, ha chiesto ad alcune persone quale fosse la loro idea di regina. Questi due filoni si mischiano insieme ma non si contagiano: le foto, infatti sono l’interpretazione del percorso concettuale fatto da Serena, delle ipotesi, dei frame del probabile viaggio iniziatico. Perché non c’è un unico percorso di crescita, ma un continuo divenire: è giorno dopo giorno, che ognuno diventa regina o re della propria vita.

 

Testi Valeria Pierini e gli autori dove indicato.

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Corso di fotografia da ICAM – Isitituto culturale di arti e mestieri di Foligno. Esercitazioni.

Al corso base di fotografia di quest’anno, stiamo iniziando a lavorare sul ritratto e sull’autoritratto. Prima di addentrarci in questi due ‘generi’ fotografici abbiamo riflettuto sui concetti di ‘narrazione’ e ‘autonarrazione’ e sul concetto di ‘tempo’. Un po’ Sol Lewitt, un pò Gerard Richter, abbiamo iniziato a parlare di noi stessi, prendendo la strada più lunga, quella che parte dall’osservazione di ciò che sta fuori di noi, delle cose a cui diamo poca importanza, al fattore tempo. Ci siamo dati un metodo tassonomico, per farlo. Ogni capitolo di questo viaggio nel ritratto e nell’autoritratto aggiungerà una parte, una caratteristica delle singole vite che da dietro l’obiettivo si mettono davanti ad esso. Alle volte, mettendoci la faccia, altre volte mettendoci il loro mondo, il loro tempo.

Foto di Graziano Pantalla

La seconda parte di questa esplorazione di noi stessi riguarda una via di mezzo tra il dentro e il fuori. Dopo l’esercizio sull’atlante personale che fotografava ciò che ci circonda, è arrivato il momento di ragionare sulla nostra identità ma attraverso gli oggetti. Una carta d’identità non narrativa ma descrittiva in 5 rigorosi punti-immagini. Cosa mi definisce, quali sono gli oggetti che mi caratterizzano, che possono essere indici delle mie caratteristiche? Se dovessi rimanere da solo in un’isola deserta, cosa vorrei avere con me? Domanda quanto mai attuale, visto il momento storico che stiamo attraversando. Dall’isola figurata all’isolamento reale, la domanda si fa stringente e pertinente. Di cosa ho bisogno in questo momento storico in cui sono isolato, quali sono le cose che, in questo naufragio, rimangono con me? Un aiuto in più a definire noi stessi attraverso i nostri oggetti, come gli eroi delle favole, anche noi abbiamo i nostri oggetti magici in cui ci rappresentiamo e che ci fanno sentire più forti, meno soli e unici. Identità e talismani, dunque.

Foto di Eleonora Panciotti

 

Testi di Valeria Pierini

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Blow up. Laboratorio di fotografia. Esercitazione.

‘In the dark places’, Rosanna Vannini.

Da quando è uscito ‘Let England shake’ di PJ Harvey, nel 2011, ed è iniziata la sua collaborazione con il fotografo Seamus Murphy, abbiamo sempre tenuto in grande considerazione questo sodalizio artistico proponendolo anche nelle nostre lezioni. Come mai? A nostro avviso, quanto prodotto dai due è una delle commistioni più interessanti che partendo dalla musica, coinvolgono parole, fotografia e video. ‘Let England shake’ è una chicca, non solo un concept album ma un’opera corale che manifestandosi a più livelli (musicale, testuale, visivo) si mostra offrendo sempre crescenti livelli di comprensione e – soprattutto – immaginazione. E’ una bellissima prova di quanto e come fotografia e musica possono lavorare insieme, andando al di là delle foto promozionali o delle copertine dei dischi (cosa che comunque dimostra quanto musica e arti visive vadano ad aggiungere dei tasselli importanti della storia artistica contemporanea).

Un’opera che si compone di diversi tasselli e offre così tanti spunti, non poteva non far parte del nostro ‘Blow up’, il laboratorio dedicato proprio al processo artistico partendo dalle commistioni e ispirazioni che si celano dietro la produzione e la finalizzazione delle idee. Rosanna, si è guardata i video di Murphy, 11 video, uno per ogni pezzo del disco e ne ha studiato i testi, che sono diventati la sua piccola sceneggiatura: quanto posso discostarmi dall’interpretazione letterale dei testi di un disco che parlano di guerra? Posso davvero andare lontano rispetto al seminato? Una dimostrazione, non solo delle capacità immaginifiche di ognuno di noi, ma di come e quanto un’opera sia tanto più forte quanto evocativa pur parlando di uno spazio-tempo definito e storicizzato.

Valeria Pierini

 

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Blow up. Laboratorio di fotografia. Esercitazione.

Foto di Silvia Bistacchia

Uno dei laboratori che proponiamo durante Blow up prevede di lavorare attraverso la found photography e la scrittura.
Silvia ha realizzato un diario del suo isolamento, scarno, con brevi appunti: una cronaca personale che riassume ciò che più l’ha colpita, una lista di cose importanti da ricordare. Le immagini, sono il filo conduttore, i testi dei memento. Poche riflessioni e conclusioni da parte di Silvia, poche parole, tanto quelle usate e le immagini sono monìto sufficiente. Il suo diario riprende le metodologie della narrative art rendendo un evento epocale restituito attraverso quanto di più forte i media ci hanno trasmesso: immagini e parole, aggiungendo poco e niente di sé, pochi commenti, nessuna emozione. Forse è il caso, anche stavolta, del silenzio, di osservare e registrare.

 
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