Fotografia e relatività

‘Non è detto che l’Universo debba essere in armonia con le ambizioni umane’ (Carl Sagan).

Le costellazioni cambiano nel tempo.

Le popolazioni molto antiche, infatti, vedevano costellazioni diverse da quelle che vediamo noi, in base al moto celeste di allora.

Il Grande carro è un’invenzione dei tedeschi. Di Orione, tra qualche milione di anni, vedremo stelle che si spengono e stelle che si accendono, come lucciole, perché in esso si formano molte stelle, e molte muoiono, anche: essendo pieno di polveri interstellari – i mattoni del cosmo – in esso le stelle compiono il loro ciclo e muoiono, andando a formare, così, una danza ai nostri occhi imperitura, fino a quando l’ultimo granello di materia non sia stato usato ed esaurito.

Quindi ciò che non possiamo vedere ora si vedrà in futuro.

Non possiamo guardare nello spazio senza guardare indietro nel tempo.

Le immagini che vediamo sono fatte da luce.

Da luce che viene riflessa dalla materia fotografata, che è opaca.

Questa luce – queste immagini – viaggiano alla velocità della luce.

Ciò vale anche per le fotografie che noi scattiamo.

Quindi, se tutto è relativo perché la fotografia dovrebbe essere oggettiva?

Una volta le leggi della fisica erano assolute, in perfetto tempismo con l’antropocentrismo che prevedeva di misurare le cose in base alla propria cultura e status (modus operandi tipico degli europei colonizzatori).

Viaggiare velocemente nello spazio equivale a viaggiare nel passato (rispetto alla Terra)

ma anche nel futuro, se fatto alla velocità della luce. Perché alla velocità della luce non vedi le cose come erano ma come sono.

Nei ‘wormhole’ si ipotizza che si possa viaggiare nel tempo, almeno in una tipologia di essi.

Questi cenni di fisica, anche estremamente poetici, a mio avviso, basterebbero per spodestare la convenzione in merito alla fotografia come ‘braccio armato’ della verità.

I Sapiens hanno confuso la meraviglia e la fusione con l’Assoluto della Natura con la pretesa di totalizzare, oggettivandolo, qualcosa, fino a sfociare quasi nel dogmatico, ci manca la terra sotto i piedi, senza presunti dati oggettivi ed assoluti. E lo credo bene, come potrebbe, altrimenti, l’ego fare di buon grado la sua parte – conquistando, torturando, zittendo, colonizzando terre e pensieri e culture? L’ego deve sapere di essere unico.

La lettura dei Veda e di altri testi orientali suggerisce questa attitudine umana come se fosse una sorta di evoluzione sociale dello spirito di sopravvivenza, quella parte che da animale è diventata un codice sociale che vuole la vita delle persone avvalorata, sensata, al sicuro, grazie a una qualche forma di assolutismo. Un becero esempio è una frase fatta che suona tipo ‘senza lavoro fisso non sei nessuno’, per tornare ‘coi piedi per terra’.

Abbiamo tradotto l’istinto di sopravvivenza in un costrutto sociale giudicante, istinto che da animale è diventato bigottismo e chiusura, perché noi Sapiens percepiamo le cose come importanti solo se assolutizzate. Anche la fotografia, tutt’ora, è percepita da molti come o vera o niente.

Ho parlato nei precedenti capitoli di questa cosa e non mi soffermo oltre.

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