Sull’indipendenza e il lavoro culturale

‘Ho visto le menti migliori
della mia generazione
distrutte dall’ego
affamate, nude isteriche
trascinarsi per strade
di ingenui all’alba
in cerca di dopamina rabbiosa’.**

Ripetiamo tutti insieme: se vi chiedono soldi non sono indipendenti. Essere (editori/galleristi/addetti ai lavori) indipendenti non legittima a chiedere soldi agli autori. Essere indipendenti vuol dire essere fuori le logiche mainstream (e di insostenibilità economica) e creare e sostentare il proprio mercato, il proprio settore, la propria impresa in modo circolare e sostenibile. Da quando l’indipendenza è diventata sinonimo di sfruttamento?

A seguito dell’ennesimo incontro con un (altro) branco di pezzenti, pubblichiamo di seguito lo scambio di email della nostra Valeria Pierini con una rivista che, non solo si fregia di pubblicare senza chiedere soldi agli artisti, ma gli chiede di pagarsi la propria copia.

‘A parte tutte le ‘quisquiglie’ sul fatto che le pubblicazioni (di un certo tipo, eh) fanno curriculum per un fotografo/artista (un po’ come in ambito accademico), lo fanno ancor più se sono cartacee. Già queste cose di pagarsi la copia succedono con piccole associazioni, ma chi si incarica (perché mai, poi) di fondare una rivista senza trovare i capitali, dovrebbe semplicemente trovarsi un altro lavoro. Qualsiasi impresa che si finanzia sulle spalle degli artisti che pubblica – molto generosamente, a detta loro – gratis, è un cancro che va estirpato, anche se solo gli chiede di pagarsi la copia personale. Il diritto di pubblicazione culturale e non commerciale di cui si fregiano le riviste o gli editori non implica né la gratuità della pubblicazione (sulla quale si chiude, comunque, un occhio, e me ne assumo la responsabilità di connivenza colpevole) né il ricatto, in pratica, per l’autore pubblicato, di dover pagare per avere la propria copia. In sostanza, le beghe economiche che deve sostenere l’editore non lo legittimano a chiedere in alcun modo soldi. Questo perché l’impresa deve fare l’impresa, anche se è un’associazione.
Il rischio di impresa e la ricerca dei capitali valgono anche per le associazioni. Per farle non basta essere appassionati d’arte e non devono pagare i conti gli artisti, che si amano tanto da farci aprire un’associazione. Se la pagano gli artisti è contro gli artisti, non pro gli artisti. Chi imprende deve trovare il modo per sostentarsi. Punto. Il fotografo (anche lui imprende, il suo lavoro è un’impresa) si assume un rischio imprenditoriale per fare il suo lavoro, scommettendo su di lui, investendo, questi qui perché non lo fanno?
Se la pagano i lavoratori non è un’impresa. La responsabilità dei capitali non è dei lavoratori, in questo caso degli autori. Se l’editore ci sostenta l’impresa, o la famiglia, o quello che volete, coi vostri soldi e voi dovete magari fare un doppio lavoro per campare queste persone pur di farvi una carriera – magari facendo fatica a sostenere una vita dignitosa per sovvenzionarvi la carriera campando questi aborti sociali – il sistema non è in efficenza ma in deficienza. Di teste, anzitutto.
David Bayley era famoso e ricco a 27 anni e perché? Perché era pagato per fare e pubblicare le sue foto, perché era lui la risorsa per le riviste e gli editori. E non inteso come un bancomat ma una risorsa indiretta attraverso la quale la rivista si sostentava. In anni di crisi editoriale il sistema non si è penato di trovare una soluzione, vera, efficiente, forte anche del fatto che: i lavoratori si possono sottopagare e che si possono chiedere soldi agli autori. Quindi, che bisogno c’è mai di trovare una soluzione alla crisi dell’editoria? Ci sono gli artisti e i fotografi che pagano! Il diritto del lavoro e dell’auto realizzazione dove sono?

Parola d’ordine: integrità.

Una cosa che mi delude molto (ce ne fosse bisogno) è vedere colleghi che si sbattono per i diritti (sacrosanti) di chiunque e non si battono minimamente per l’ecosistema in cui lavorano. Ognuno è responsabile per sé ma gli ecosistemi si regolano in base alle varie parti. Tutti siamo a nostro modo coinvolti e responsabili, interdipendenti. Che nessuno pensi all’etica nel mondo della comunicazione (mondo artistico, fotografico, etc) è un grosso, grosso abominio che stiamo pagando tutti molto, a caro prezzo. Avete mai pensato che spesso, a parità di economie da parte degli autori pubblicati, per questi qua, voi che avete un cv e una carriera siete sullo stesso piano di un amatore che ha sfornato il primo lavoro? Pagate entrambi, che gli frega all’editore/rivista o anche al gallerista, se l’amatore smette e non garantisce un percorso che aumenta il valore del lavoro pubblicato? E’ solo altra carta straccia da vendere.

A proposito, anche, degli ‘spazi indipendenti’ e dell’associazionismo e di quando dicono: ‘non siamo una galleria, abbiamo spese’ (come se la galleria non ne avesse), ecco quello equivale a dire: io mi prendo la responsabilità delle pareti che gestisco, non di altro, fermo restando che tu artista me le paghi. In pratica si prendono la responsabilità di stuccare le pareti o sostituire le catenelle per appendere le foto, come anche di fare la comunicazione – l’abc di chi gestisce uno spazio espositivo, che sia impresa o associazione. Come se non essere una galleria, nel senso di un’attività che espone e vende arte, li esimesse dal dover trovare fondi per sostentarsi. La responsabilità di un gallerista è vendere (ed è responsabile due volte laddove si faccia pagare, questo in senso metaforico, se si fa pagare deve chiudere; immaginate vostro babbo che paga una tangente al datore di lavoro per lavorare, pena il non lavoro). Se non trova un mercato e chiude, cavoli suoi. La responsabilità delle associazioni è trovarsi – come tutti – il pubblico adatto a generare entrate, anche le minime. Non ci riescono, chiudono, cavoli loro. Peccato? Sì, peccato. Peccato di avere la presunzione di voler campare sui soldi degli artisti, ovvero dei suoi lavoratori. Il mercato si crea, si educa, non cade dal cielo. Non è responsabilità degli artisti ma degli spazi. Gli artisti sono già responsabili delle cose che competono il loro lavoro e il loro mercato, quello che si creano da soli. Quello che concerne lo spazio è responsabilità dello spazio (che corrisponde ad un datore di lavoro anche se occasionale e giuridicamente senza scopo di lucro). Qui siamo pieni di curatori, spazi ed editori che campano sulle spalle dei fotografi i quali quando va male smettono. Se smettono i fotografi/artisti, che sono il quid di questo mercato, da chi si faranno pagare, questi? Gli toccherà andare a lavorare o trovarsi un altro hobby. E dico perché no, se quando va quasi di lusso, i fotografi fanno un secondo lavoro per mantenere una filiera che li sfrutta. Queste pratiche sono quanto di più turbo capitalista ci sia. Perché sfruttano il lavoro culturale facendo leva sul sostentamento, sulla sopravvivenza. E quindi chiedono soldi per stare in piedi e non si assumono nessuna responsabilità sulle sorti dello spazio stesso – questo perché abbiamo l’abitudine di dare la responsabilità al fuori di noi e non alle nostre capacità. E spesso, queste attività, sono portate avanti da chi si professa di sinistra, progressista o altro. Non che queste cose debbano avere una bandiera. Ma mi fa ridere perché fanno tutti, o molti, i sinistri col fondoschiena degli altri. Ultimamente ho sentito dire di conventi che pagano mila euro sonanti gli intellettuali, e agli artisti, che ospitano in mostra durante delle rassegne culturali, non gli danno nulla; come anche di luoghi espositivi che fanno capo al Ministero della cultura che chiedono agli artisti progetti da realizzare senza fondi. Ma dove sta scritto che il lavoro culturale venga fatto gratis, quando non pagando? Da dove deriva la presunzione di lavoro gratuito? Dove sta scritto che un operatore culturale – che ci vive con la cultura – abbia la faccia o l’onere di pretendere lavoro gratuito dagli artisti, senza i quali il suo lavoro non potrebbe sussistere?

Abbiamo talmente normalizzato questo rovesciamento dei ruoli e le marchette che ci sembra normale pagare per lavorare (almeno in ambito comunicativo-artistico). Abbiamo normalizzato il lavoro culturale gratuito, non paventiamo più che debba essere retribuito, in qualche modo, che è normale, piuttosto, pagare per farlo. Dov’è la lotta di classe? Abbiamo normalizzato un ecosistema senza etica. Sento sempre più spesso dire ‘la mostra/pubblicazione è gratis’, come se fosse normale questo o il suo contrario e l’occasione propostami una succosa concessione, una grazia ricevuta. Dove sono i linguisti, gli osservatori del linguaggio che normalizza lo sfruttamento, gli attivisti dei diritti civili, dei lavoratori? Dico una cosa forte: nella mia carriera, per fortuna, non mi sono mai sentita messa da parte perché donna ma continuo a sentire frasi di questo tipo tutti i giorni, attraverso un linguaggio patetico e vergognoso che fa leva sulle spese di chi si incarica di volermi mostrare o pubblicare. Io di cosa vivo, di aria? Cosa me ne importa delle spese del gallerista/editore? Perché questi qui fanno leva proprio sul patetico, le spese, la difficoltà. No, io, io vivo d’aria, non pago costantemente spese fisse, attrezzature LIBRI per studiare – non faccio parte del Ministero della pubblica istruzione quindi non ho sconti sulla formazione, che sai, in teoria serve per fare questo lavoro – non ho speso 15 anni di vita per fare in modo da farmi venire le idee, dedicandomici al talento e alla creatività. No, io – e gli altri come me – non abbiamo una vita fatta di bisogni come gli altri umani. L’arte, l’idea dell’arte ci tiene vivi e in salute. Un po’ come il genio che riceve l’illuminazione dall’alto. Abbiamo reso questo sistema buono per i pagliacci che si improvvisano, rendendo l’arte intrattenimento da schermo.

Allora faccio una domanda che ho sentito fare da Lama Michel Rinpochechi vuoi essere quando sei morto? Sarai morto e per te cambierà poco ma nel tuo percorso di vita cosa vuoi aver costruito? Ecco, se io mi faccio questa domanda, penso che mi piacerebbe morire integra e in piena dignità, senza essermi venduta la mamma pur di lavorare.’

Parola d’ordine: dignità.

Qui c’è il calcolatore stilato da Art workers Italia dei compensi minimi per i lavoratori dell’arte e qui c’è la guida ai compensi minimi per i lavoratori del mondo dell’arte. La cosa bella è che si rivolgono sia agli artisti che alle organizzazioni. Mettiamoci tutti una mano sulla coscienza e una al portafoglio 😉 Come possiamo avviare pratiche virtuose per tutti?

Valeria Pierini

Febbraio 2026

2 Call to action

Qui c’è un questionario dedicato ai colleghi (fotografi o artisti visivi). Attenzione! Ai fini della nostra ricerca, prenderemo in esame solo professionisti e non amatori, studenti, hobbysti, amatori evoluti. E’ possibile partecipare anche se il fotografo/artista è il secondo lavoro o il primo dei due. Cosa ci faremo: raccoglieremo delle stime e redarremo un report che pubblicheremo nella nostra newsletter (ti iscrivi qui) e nelle risorse gratuite sul nostro sito. Se hai colleghi a cui girare questo form fallo pure! Più siamo e meglio è. 

Sarebbe bello continuare a parlare di indipendenza: perché parliamo tutti di essere indipendenti e nessuno sa cosa voglia dire. Come nasce l’indie, il diy, come si è evoluto, anche in fotografia, e corrotto. Mettiamo a disposizione un lezione aperta a tuttigratuita dove parleremo una volta per tutte di queste cose. A chi interessa basta rispondere a questa email e prenotarsi. Formeremo una classe e decideremo la data. Questa offerta scadrà entro due settimane, il 9 marzo poi non sarà più disponibile. 

Qui trovi gli approfondimenti a tema lavoro culturale che stiamo portando avanti:
Attivismo, consapevolezza e arte
 

* Abbiamo iniziato a parlare di indipendenza qui.

** Citazione con licenza poetica dell’incipit di Urlo di Allen Ginsberg. Se non lo conoscete andatelo a leggere. Un manifesto.

Facebook