
Da qualche mese non faccio altro che incontrare curatori e photo editor che dicono una cosa diventata ormai costante: ‘il tuo lavoro artistico è molto solido, hai una base teorica e una consapevolezza che pochi fotografi hanno‘. Una della ultime cose che mi hanno detto è: ‘raccontami tu il portfolio che sto vedendo, perché sai, mica è scontato tu lo sappia fare, è pieno di fotografi che non sanno presentare il loro lavoro e che lasciamo stare.‘ La domanda che continuo a pormi è un’altra: come mai, quando emergono fotografi consapevoli del proprio lavoro e capaci di sostenerlo nel tempo, il sistema raramente riesce davvero ad accompagnarli, a creare continuità, possibilità, relazione?
Si è persa, inoltre, una peculiarità della lettura portfolio, quella della lettura portfolio come un’opportunità lavorativa, come un incontro tra agente del settore e fotografo, un’opportunità che metteva in relazione punti di un sistema per farlo avanzare. Ed è ovvio che non sia più così, lavoro non ce n’è e nemmeno gli addetti hanno il potere di far lavorare, ma solo di dare consigli, spesso ad avventori e amatori. Adesso le letture portfolio son tutte consigli, pranzi esclusivi con le photo star, paventate come importanti per la crescita del fotografo, come opportunità di fare networking. Questo genera due, forse tre, fattori: chi è established rimane tale (e questo non è un male, anzi), chi riceve un premio o un riconoscimento rischia talvolta di attraversare una visibilità molto rapida, che però non sempre coincide con un reale accompagnamento nel tempo; il fotografo rimane uguale a prima, o deluso (spesso perché non capisce il fatto che dieci lettori diversi dicano cose diverse, pretendendo chissà cosa – e qui, l’ego fa da padrone) oppure con qualche spunto da portare avanti, in autonomia. La verità è che è il fotografo che per primo deve prendersi cura di sé. Il caso virtuoso è laddove lo faccia aiutato dalla filiera, più unico che raro, come sappiamo tutti.
Secondo me c’è un punto da cui partire che va ribaltato: non deve essere il lavoro realizzato da un fotografo a meritare di essere visto (molti disclaimer recitano così ‘il tuo lavoro merita di essere visto‘). Un lavoro, specie quando è solo uno, è una botta di culo (scusate il francesismo) che non è detto che il fotografo riesca a perpetuare nel tempo. E’ il fotografo al quale dovrebbe essere data la possibilità di portarsi nel mondo, di essere conosciuto, di crescere. Quello che fa sì che gli addetti ai lavori mi dicano quanto sopra non è per via del mio lavoro ma di ciò che mi ha permesso di poterlo realizzare. E non è certo per una botta di culo. Ma perché ho scelto di mettermi nelle condizioni – pagandone il prezzo sotto molti punti di vista – di assecondare quella vocazione e di tramandarla attraverso la fotografia. In tutti questi anni ho capito – e ne trovate scritto già nelle risorse gratuite sul nostro sito – che per dieci fotografi established, è pieno di mille fotografi non established che portano avanti la loro vocazione alla periferia dell’Impero. Al di là delle implicazioni relative all’economia e all’etica del lavoro, c’è un dato che emerge – fondamentale di per sé a generare un ambiente sano, certo gli andrebbe dato spazio da quelli là fuori che hanno il potere: la creatività e in questo caso la fotografia non può essere solo una questione di successo, di mondanità di premi. Ed è lì, dove viene fatta senza fare rumore, nonostante quanto descrivo sopra, nonostante le contraddizioni e le fragilità che attraversano anche questo ambiente, che andrebbe ammirata, raccontata. Quando ricevo apprezzamenti sulla qualità della ricerca, della preparazione teorica o della professionalità, mi accorgo che dentro di me rimane comunque una tensione irrisolta: quella misura esterna del “riuscire”, che spesso ci accompagna anche quando il nostro lavoro ha già trovato una propria direzione profonda. Negli ultimi tempi ho iniziato a chiedermi cosa resti, una volta tolta quella inquietudine di fondo. E credo che sia proprio lì che inizi qualcosa di più autentico.
E’ lì che si cela la luce in fondo al tunnel.
Chi ce lo fa fare, altrimenti? E’ evidente che la ricerca non trova il suo motore primo in un ordine costituito da inseguire ma in qualcosa di profondo. Giorni fa ho sentito Maria Di Biase che ha detto una cosa che suona così (faccio la parafrasi): ‘voglio il diritto di dire no, per fare questo lavoro al meglio, senza accettare tutto, sminuendone la qualità’. Ecco, credo che chi lavora alla periferia dell’Impero, coltivando un percorso, una ricerca, quando è consapevole, arrivi comunque a questo giro di boa. Fare per una spinta più grande, consustanziale alla propria persona, prescindendo da ciò che ne deriva.
Perché io mi rendo conto che il luogo e le modalità in cui vivo sono determinanti a rendermi l’autrice che sono. Anni fa realizzai una ricerca sulla qualità della vita in Umbria*, uno spazio-tempo a misura d’uomo. Quindi, la periferia dell’impero è un margine fortunato. E la visione laterale, periferica non è per un mondo miope. E’ chi è in periferia che si sposta al centro, conoscendo, facendo networking, non chi al centro ci vive. Se a questi gli capita di lavorare con qualcuno di periferico è più per accidenti che altro. Ebbene, ci sono i periferici e i centrali. Due mondi che si guardano non in modo simmetrico e reciproco. Forse vale la pena spostare almeno per un momento lo sguardo dal centro e tornare a osservare ciò che accade nei margini, nei luoghi laterali, nei percorsi che crescono senza troppo rumore, del resto ‘l’universo non ha un centro’**.
Alla periferia dell’impero: atlante di un margine fortunato
Ho deciso di fare una nuova call to action: chiunque di voi, abbia un percorso, anche avviato da poco ma desidera e coltiva la ricerca attraverso la fotografia, e si sente, vive ai margini di questo Impero, può inviare a incontridifotografia@gmail.com un suo lavoro fotografico, con testo di presentazione e un testo che descriva com’è la sua vita fotografica fuori dall’Impero (tutto in un unico file pdf).Che viviate davvero in aree interne e periferiche o a Milano non importa. Parliamo di uno stato mentale, di un modo di sentire. NB: non voglio raccogliere lamentele, voglio sapere come vivete, per contestualizzare il lavoro che fate e che inviate. Fate una vita lenta, coltivate l’orto, non avete musei e occasioni mondane a cui andare nel luogo in cui vivete? Che alcova di vita e creativa vi siete ricavati e come pensate sia funzionale al vostro lavoro di fotografi? Ditemi tutto! Certo, ditemi anche perché vi sentite mosche bianche rispetto all’Impero. Come crea, come vive, chi produce fotografia lungo i bordi?
Una volta raccolto il materiale lo pubblicheremo nel nostro sito. Sì, sempre perché l’anno prossimo Incontri di fotografia compie 10 anni e ci prepariamo a fare qualche cosa. La definiremo insieme, perché quello che voglio fare, come sempre, è condivisione, relazione, dialogo. Non c’è una scadenza, ancora, approfittiamo della lentezza estiva, quello che conta, per ora, è conoscerci, parlarci.
Valeria Pierini, giugno 2026
Qui c’è una delle ultime iniziative partecipate che abbiamo fatto: La fotografia che vorrei
* Per Umbriam ad astra, lo trovi qui.
** Chandra Livia Candiani.
Foto di Anasuya Pless