‘Non immaginare di poterti appartare dagli uomini malvagi o dagli stolti. Essi sono te stesso. Ma se tu lasci che l’idea di separazione da ogni malvagia cosa o persona cresca in te, in ciò facendo sarai legato a quella cosa o persona fino a che l’anima tua riconosca che non può essere isolata. Ricordati che il peccato e l’onta del mondo sono il tuo peccato e la tua onta perché tu sei parte del mondo. Ricordati che la veste macchiata che tu rifuggi dal toccare può essere stata tua ieri, potrà essere tua domani.’ *
Una nota piattaforma di musica in streaming, già colpevole di non retribuire adeguatamente i musicisti, finanzia armamenti complici dell’indicibile massacro che stanno perpetrando in Medio Oriente. È risaputo.
Molti artisti hanno denunciato il fatto e molti altri hanno abbandonato la piattaforma. Accade sempre ogni qualvolta una piattaforma non si rivela etica. Tra i vari post che annunciavano i ritiri dei musicisti, molti dicevano cose di questo tipo: ‘già si sapeva che la piattaforma non retribuiva bene i musicisti e potevo pure accettarlo, ma adesso che finanzia il tale conflitto non mi sento più di appoggiarla’. In pratica: fino a quando la piattaforma ti sfrutta come artista (ovvero come essere umano che presta servizio alla piattaforma, cedendole la propria musica in cambio di visibilità), sei pur disposto ad accettare l’ignobile svendita del tuo lavoro – sul quale hai investito la tua vita o parte di essa – , ma se fa cose ben più gravi non lo accetti. Quindi la tua vita quanto vale, vale meno di quella degli altri perché sei nato dalla parte giusta del mondo e hai bisogno, in un certo qual modo, di dover fare un mea culpa indotto da quel senso di colpa inconsapevole, cattolico e post coloniale? (Perché lo hai, anche se non sei credente o praticante o fan del colonialismo). Che mondo migliore puoi chiedere, se accetti lo sfruttamento alla base?
Ho sempre visto musicisti lamentare questo andazzo del tecno capitale, ad ogni avanzamento tecnologico: tuttavia non ho mai visto nessun artista cercare di creare un ecosistema altro e soprattutto di farlo durare – cosa non affatto facile, chiaro. Non si tratta di dichiarare guerra al sistema o solo, o almeno, di denunciarlo, si tratta di cercare di ipotizzare metodi e pratiche di lavoro che siano sostenibili: e meglio degli artisti, altri, difficilmente, possono sapere cosa è meglio per il loro lavoro.
Ci nasciamo immersi nel capitale e certi cambi di paradigma, come quelli tecnologici, sono impossibili da impedire, magari, però, si possono arginare, immaginando e praticando soluzioni collettive alternative. Perché è la tecnocrazia che deve dirci come dobbiamo guadagnare, come devono lavorare gli artisti? Ho visto artisti restare in questo marcio mondo artistico, chi più e chi meno in indipendenza. Un mondo dove nessuno vende più dischi da anni, per non parlare di quanto annaspano altrettanto gli artisti visivi, che senza l’adozione da parte di qualche ente che li finanzia non reggerebbero più. Per tornare all’esempio della musica: la vendita delle opere (che di produzione costano soldi sonanti) non basta più a remunerare dignitosamente il lavoro creativo di queste persone che per campare devono suonare e suonare dal vivo e adoperarsi in mille mila progetti, spesso di dubbio valore; nonché lavorare in un sistema che specula e specula, come nel più grave caso dei biglietti dei concerti gonfiati o degli artisti costretti a pagare il management comprando parte dei biglietti per poi dichiarare il sold out. Questo nei casi più mainstream. Parlando del mondo della fotografia e dell’arte: un mondo dove sono i fotografi a campare il sistema, pagando di tasca loro gli editori che gli stampano il libro, pagando tanti soldi per poter fare mostre o partecipare ai concorsi. Ma la questione riguarda tutti, anche e specie gli indipendenti che dovrebbero per definizione essere i primi a creare un ecosistema altro ma che a quanto pare si adoperano sempre per battaglie fuori di loro. Ogni categoria è figlia del capitale e dei suoi vizi di forma. Battersi per il proprio ecosistema di lavoro è comunque battersi per un tassello del capitale.
Provo un grande senso di disgusto, poi, nel vedere artisti, spesso dall’apice del successo, che dalla posizione che si sono guadagnati (mai da sconosciuti), sembra abbiano ricevuto, da un giorno all’altro, una velina dal partito che gli ha detto: parlate di quello che sta succedendo. Dopo tre anni di conflitto in Medio Oriente. Al più si erano espressi dicendo ‘Putin merda’ due anni prima, perché quello faceva figo. Il fatto, inoltre, che certe battaglie siano da fare – sempre col senno di poi – e si fanno quando c’è da spendersi in slogan da quindicenni contro un governo piuttosto che un altro, fa proprio pena. Da quando ci sono le destre al governo si spendono in molti di più, eppure i problemi, certi problemi, certe azioni, c’erano anche prima dell’ascesa delle destre. ‘Il mondo è tutto ciò che accade’ diceva Wittgestein, aggiungo io: ‘il mondo è tutto ciò che accade ma non solo e sempre quando ti pare. Dove sei il resto del tempo?’ Non tu nome e cognome, la tua consapevolezza. Riesci ad allargare lo sguardo o come un mulo continui ad avere i paraocchi e vedere solo una cosa per volta e quando c’è l’hype del momento?
Se tu, oltre che nascerci, quindi ritrovartici senza averlo scelto, ti infili con tutte le scarpe in un sistema che è basato sullo sfruttamento, non ha molto senso poi incazzarti perché da questo sfruttamento nasce qualcosa di ancora più abominevole; ragionare sempre due pesi e due misure è la dimostrazione dello sfilacciamento del nesso logico causale e di coscienza. Lo sfruttamento genera – inevitabilmente – conflitto. Quello sfruttamento di cui i musicisti-artisti sono tutt’ora vittime conniventi ha permesso l’abominio di poter passare dalla musica (sfruttandola) alle armi (investendo). Perché la musica è sfruttamento, le armi sono un investimento. Il conflitto è dentro di noi, quando facciamo spallucce e ci copriamo gli occhi davanti ad un sistema artistico (qualsiasi arte pratichiamo) pur di starci dentro in qualche modo. Protestiamo per le più nobili cause socio-geo-politiche, ma non ci curiamo dell’ecosistema in cui lavoriamo, svendendo l’etica e l’integrità pur di essere presenti. Abbiamo un senso del denaro penoso, come quello dell’abbondanza – del successo e della felicità – e che andrebbe totalmente rivisto; ci incazziamo per qualunque causa ma perpetuiamo lo sfruttamento nell’ambiente che dovrebbe darci da vivere. Sai perché David Bailey era ricco a 27 anni? Perché era pagato per fare le foto, al contrario del paradigma in cui viviamo noi oggi, dove sono gli artisti che sostentano tutta la filiera pagandola e spesso facendo un secondo lavoro per farlo.
Ora mi dirai ‘eh, sì, ma adesso non funziona più così’ e io ti rispondo: ‘perché è stato ed è tutt’ora permesso, dagli artisti in primis’. Perché sempre secondo il modus operandi sopra descritto, tendiamo a tacciare di essere polemici o rompi palle chi denuncia certe cose e chi davvero lavora in indipendenza. E perché? Perché c’è sempre paura a parlare, per non risultare scomodi e quindi non lavorare più. A voglia a dire adesso che c’è la censura. Non è solo da adesso e non è solo fuori di noi. E’ dentro. La paura di essere abbandonati dal branco è atavica perché ha a che fare con la sopravvivenza.
Nota a margine: con Internet è accaduto che cose di valore che prima erano su carta o supporto di altro genere e pagate ora devono essere accessibili, esattamente come la musica sulla piattaforma di cui sopra. Ordunque, tu magari la paghi la piattaforma e perché? Perché ti vende la libertà di ascoltare musica illimitatamente e senza pubblicità. (Ti rendi conto che ti vendono la libertà? Quindi non siamo liberi, se ce la vendono). Allora, se ti piace leggere di fotografia, sei abbonato a qualcosa di fotografia? Come mai la piattaforma killer la paghi e altre cose magari senza pubblicità perché indipendenti – ce ne sono molte in molti settori – no? Perché sei figlio del capitale, pertanto probabilmente non sai dare valore alle cose e gratis è sempre meglio. Il capitale insegna questo. Meglio musica illimitata a costo cheap o una rubrica a misura d’uomo ma non illimitata? Quando ero adolescente, non c’erano orpelli: volevi il disco, il libro, il giornale? Lo pagavi. Ora internet ci ha messo in testa il gratis, allora scriviamo e mandiamo la musica a gratis ma poi ci indigniamo se con questo sfruttamento qualcuno ci si fa male.
Io non dico che non bisogna esprimere la propria opinione, anzi! Ma bisogna essere consapevoli che sono le nostre scelte e il nostro atteggiamento, a partire dalla nostra vita, ad incidere nell’ecosistema di tutti. Non possiamo uscire dal capitale ma possiamo scegliere a monte come starci. Lo sfruttamento e la confusione (aggiungo) generano conflitto, l’inconsapevolezza genera questo circo dove, ognuno coi suoi tempi, si sveglia e prende la bandiera. Il dualismo e il doppio pesismo, i problemi di censura e complottismo che ogni volta rimbalzano, ad ogni nuovo accadimento, sono i binari su cui corre la nostra epoca. E’ almeno almeno dal G8 di Genova che la stessa questione viene proposta con soggetti e luoghi diversi. Quante altre cose innominabili devono accadere per capire che siamo esseri nati con la schiena dritta e che possiamo restarci solo con un atteggiamento etico, generoso, sostenibile e che abbracci tutto e non solo quello che ci pare?
Certo, è giusto, alla fine, che ognuno si svegli coi propri tempi, perché ogni momento di conflitto genera un cambiamento e anche un’evoluzione. Bisogna però abbandonare quell’ingenuità che ci fa sperare nel colpo di spugna. I cambiamenti avvengono passando attraverso varie zone grigie.
Allora rivolgo agli artisti una domanda che è la domanda (articolata in più d’una) che mi pongo io, da sempre: cosa faccio nel mio piccolo, nella mia vita e nel mio lavoro di artista per contribuire in meglio, secondo la mia etica? Sono propositiva verso un sistema sostenibile, etico, o faccio spallucce, o compromessi? Quali e quanti compromessi faccio? Sono autorizzata a giudicare gli altri?
In sintesi: come mi comporto e quanto sono ricattabile?
Perché, se siamo tutti umani, lotti per gli altri mentre tu ti fai sfruttare dal mondo artistico in cui ci lavori? Se anche solo in venti anni avessi visto mobilitazione artistica forse qualcosa sarebbe cambiato. Invece tutti a farsi trascinare dalla corrente, come il plancton.
Parafraso Daniel Lumera: ‘la pace non è uno stato di quiete ma accettare l’inquietudine‘ (che non vuol dire stare inermi, aggiungo, in caso qualcuno fraintenda). ‘Quello che fai nella vita è un privilegio, quello che fai, con le risorse che hai‘. Ora aggiungo: perché svendi questo privilegio? Il valore che non ti dai si trasforma in violenza per qualcun altro.
Sulla questione fotografia/arte e sfruttamento: lo sai che Art workers ha stilato un calcolatore che aiuta a determinare il compenso minimo per i lavoratori del mondo dell’arte, nonché una guida alle buone pratiche? Li trovi qui.
Continuo a vedere artisti, anche non di primo pelo, che partecipano a mostre a pagamento o che gli sono offerte gratis ma dove devono pagarsi tutto quanto; ‘perché sai, noi siamo un’associazione e dobbiamo dotarci dei mezzi per poterti farti fare la mostra’ che è come dire all’idraulico: ‘vieni ad aggiustarmi i tubi, anziché pagarmi vieni gratis, perché sai, devo pur campare in qualche modo’. L’idraulico ti risponderebbe (metto l’ipotesi più educata): ‘trova le risorse per pagarmi e poi vengo’. Perché in arte non funziona così? Perché lo permettiamo, non ragionando secondo i minimi basici principi economici e spesso lo facciamo viziati dal fatto che l’arte la facciamo per hobby – cosa che ci esime dalla responsabilità e dall’etica, a quanto pare. Ecco perché queste pratiche funzionano ancora e non parlo solo di cose borderline rispetto al sistema ma di situazioni consolidate. Forse è ora di portare, noi per primi, rispetto verso noi stessi e il nostro lavoro. Non sto parlando di un passatempo da dopo lavoro – sacrosanto – ma di lavoro artistico e culturale, di professionalità che per molti diventa lavoro, sostentamento, nutrimento e non solo per l’anima di chi guarda le nostre opere.
Per me stare con la schiena dritta è una condizione dell’essere e non del fare o del diventare ed è la base per tramandarmi nel mondo. Io non ho interesse ad essere masticata e sputata nell’oblio, perché succede e se tu non sei abbastanza capace smetti di farla, la fotografia, o qualsiasi arte pratichi perché sai fare solo l’artista ospite, perché il sistema ti ha cresciuto così. Ho capito che le cose che restano sono quelle create attraverso una consapevolezza personale e artistica, altrimenti viene tutto cancellato dalla polvere del tempo (che sarebbe, ormai, la velocità di scroll). Lasciare qualcosa agli altri, non dipende dall’ego del momento (ego e capitale vanno a braccetto) dipende dalla potenza della tua coscienza. Del rapporto che hai con la tua vocazione artistica e col tuo talento. Il punto non è essere ricordato dai posteri ma restare intero, creare intero, con etica e in modo sostenibile. Resta chi rimane, integro, in piedi e rimane in piedi chi non si piega ma si è formato una professionalità, solida e colta, portando valore nel suo ecosistema, anche lavorativo, perché solo questo è in grado di generare bellezza sincera e smuovere gli animi.
Postilla per i salami da tastiera: non sto dicendo che non bisogna essere attivisti, non sono pro Putin o antisxxxxx, non sto dicendo che certe vite valgono più delle altre, non sto dicendo che bisogna tacere, non sto dicendo che ci sono guerre più giuste di altre, non sto dicendo che allora bisogna accettare i vizi del capitale, stare o non stare sulle piattaforme. Altra postilla: se ti girano in testa queste cose ma ti compri anche le mutande su Amazon non vale. Lascia stare, riparti dal via.
Valeria Pierini
Settembre 2025
*M. Collins, La luce sul sentiero.
Editing: Martina Mencarini.
Foto di Anasuya Pless