Perché fotografo

Perché fotografo?

Mi domando questo, uscita da un corso di aggiornamento sulla creatività consapevole. Mi domando, per l’ennesima volta, qual è il mio talento e quale il mio più grande desiderio. Domande, queste, che mi aiutano a rinnovare la vocazione, a tenerla viva e riscoprirla così da farne dono, sulla scia della mia consapevolezza, sedimentata giorno dopo giorno, per anni.

Anche la tutor del corso di aggiornamento ci ha esortato a farcele queste domande, ausili alla riscoperta del nostro proprio talento e del suo rinvigorimento: esse conferiscono una luce diversa a quello che facciamo, guidandoci a seguire ciò che risuona in noi e, di conseguenza, con noi, che abbiamo scelto consapevolmente il nostro percorso.

In un mondo dove la maggior parte delle scelte che facciamo non sono scelte, ma prodotti innati del senso del dovere e dello spirito di sopravvivenza, queste sono domande folli, e lo sono tanto più sono esplicite. Ardue e spinose per poter essere poste e risposte da tutti. A volte c’è bisogno che le persone sentano una sorta di disagio prima di iniziare a porsi certe domande. E se scelgano la via nuova o rimangano sulla confortevole strada battuta dal suddetto disagio, senza sicurezza alcuna, tranne il sempre verde motto “crescere produrre e crepare”, non è dato saperlo. Tuttavia, anche solo cogliere la forza di queste domande è importante. 

Va espressamente sottolineato che il mondo dominato dalle non scelte, o meglio, dalle scelte di comodo, quelle del “tengo figli” , non è un mondo sterile di conseguenze, tutt’altro. E’ un mondo che perpetua un girone infernale di persone malate, talmente intrise di tristezza da divenire massa inerme senza mai evolvere e incarnare il potenziale umano di cui ognuno è dotato, visto che ‘il nulla si crea dove non c’è più potere creativo‘.

Spinta da una conferenza di Pier Giorgio Caselli, del quale faccio mio il pensiero, ho maturato, nel tempo, quanto segue. 

Dalla definizione della parola educare emerge un significato inequivocabile quanto interrogativo: trarre fuori. Cosa? La nostra natura, la nostra unicità. Siamo non-educati, in questo senso. Si vede da quante poche persone creative riescono a far emergere la loro attitudine. Educare, tirar fuori l’unicità, è lavorare sul potenziale di ciascuna persona, è un qualcosa che ha a che fare con la creatività. Non vuol dire dover essere tutti artisti (e, almeno di sedicenti, ne siamo pieni). Vuol dire conoscersi per manifestarsi nel mondo ciascuno per ciò che è e per il talento che possiede e di cui far dono. 

Si deve ampliare la nozione di creatività insieme al  suo ambito di applicazione che non pertiene solo la sfera artistica: infatti, la creatività l’abbiamo in dotazione come specie, al pari della capacità di immaginare. Educare è rendere consapevoli se stessi del proprio talento ed essere abili nel metterlo a frutto. Veniamo istruiti a conoscere le idee altrui, senza essere educati a conoscere noi stessi e ad agire come esseri dotati di talenti, rimanendo così orbati del nostro scopo di umani, sapiens, sulla terra: la condivisione dei frutti di ciascun talento.

Domande come ‘cosa mi piace, qual è il mio talento e il mio desiderio’, aiutano a ri-trovare la vocazione, le aspirazioni, ad analizzare le nostre peculiarità e a conoscerci intimamente. 

Perché fotografo, quale è il mio più grande desiderio, dunque, mi chiedo.

Fotografo per conoscere, fotografo perché ho entusiasmo nel restituire la mia versione del mondo, a condividerla. Il mio più grande desiderio è continuare a fotografare e aiutare gli altri a fare altrettanto, evolvendoci insieme, grazie all’uso consapevole della fotografia. 

La tutor del corso ha ribadito delle cose fondamentali: 

  • la nostra vocazione o la nostra passione sono motori fondamentali della vita. Non bisogna per forza essere tutti rivoluzionari, anzi lo siamo già se riusciamo a creare quello ‘Spazio sacro‘ tanto caro a Joseph Campbell: che sia col giardinaggio, la cucina, il disegno o la fotografia, non importa, conta che sia uno spazio scelto e praticato da noi soli.

Queste domande le faccio sempre ai corsisti che lavorano con me. Chi sei tu prima del progetto al quale vuoi lavorare? Da dove viene la fotografia che fai?
Qualsiasi forma di Spazio sacro rende la vita piena e più bella da vivere, apporta significato e spessore, forme di resistenza alla desolazione che ci circonda.

  • Creare, dunque, dedicarsi alle forme di creatività che più ci appartengono, fosse anche l’amore per il bricolage o per attività poco inerenti alla mano sinistra (cfr. J. Bruner). La vita ha come scopo creare, replicarsi, tramandarsi. Come specie abbiamo tante possibili forme di creatività, dalla più ‘bassa’, fisiologica, a quella più ‘alta’, che ha che fare con l’uso dell’immaginazione (che viene sempre prima della realtà tangibile – pensate che potere che abbiamo). 
  • Il talento non è nostro. Talento e vocazione non hanno nulla a che fare col genio e la sregolatezza dell’artista vate: implicano la relazione con gli altri, il servizio alla collettività: ‘vedi questo talento? Coltivalo perché non è tuo’.  Il talento ha a che fare col mondo che lo accoglie, non  tanto con i vantaggi che possiamo trarne noi stessi. Quelli sono una conseguenza di chi segue la propria strada.

Qui appare uno scoglio: siamo stati abituati a pensare  con fini utilitaristici (scopo la sopravvivenza): like, cuori, soldi, successo. In fotografia ciò si traduce innanzi tutto, oltre che nella smodata voglia di esporsi e in quella di voler somigliare al maestro, nel replicare infinite zone di comfort date da stili, temi e modalità di storytelling di successo. Ecco che in tutto questo fare fotografia, si perde di vista la prima cosa: il fotografo, chi è, la sua visione, cioè si coltiva l’orto ma non si bada all’ortolano.

Igor Sibaldi, slavista e traduttore, afferma: ‘per essere creativi bisogna essere scontenti di ciò che si ha, creatività vuol dire aggiungere qualcosa a ciò che c’è già’. Dunque la domanda che mi sorge spontanea è:  perché chi si dichiara fotografo o artista replica ciò che c’è già? Mi rispondo dicendomi che, se l’educazione ci insegna cosa hanno detto e fatto gli altri senza tirar fuori chi siamo, va da sè che anche in fotografia si replica ciò che funziona, perché, se è vero che la conoscenza ed il sapere sono frutti collettivi e non nascono dal genio solitario, è anche vero che non contempliamo l’ipotesi di fare altrimenti, magari partendo da chi siamo. Inoltre, questo modo di agire nella creazione dipende dalla brama della sopravvivenza, ed è questo modo che ci fa sentire accettati dal gruppo di pari a cui ci riferiamo. Azzardare a essere autentici può voler dire essere isolati. Eppure è nel buio e nel silenzio dell’isolamento che il seme germoglia, dopo esser stato seminato dalla consapevolezza.

Cosa fa da discriminante tra una fotografia clone e una fotografia solida?  L’autore.

Perché voglio trattare un tale argomento? Perché è importante dire qualcosa a riguardo dell’argomento che voglio trattare e in quale modo? 

Nei miei corsi dico sempre: la nostra visione  riguardo un dato soggetto è determinante, dà significato a ciò che facciamo. Questo vuol dire aggiungere qualcosa a ciò che c’è già. E quel qualcosa è l’autore. Un fotografo integro è un ribelle: si ribella a ciò da cui dipende: i like, l’emulazione del maestro, le narrazioni dominanti. Un fotografo ribelle per fare questo ha bisogno di conoscersi, coltivandosi, lavorando per sé stesso, studiando, anzitutto. Perché se tutto è stato fotografato e c’è bisogno di far uscire la nostra visione non possiamo farlo non conoscendo. La conoscenza (che nasce anzitutto da molti ‘non lo so’ che ne sono il motore) è la porta per l’esperienza. Ribellarsi anche a sé stessi, quindi, perché noi stessi siamo la prima zona di comfort sulla quale siamo adagiati, disobbedirsi ci aiuta a trovare le prospettive nuove, chi siamo. E’ così che l’immaginazione succede e l’arte succede.

Ho già detto altrove che ‘la fotografia senza il referente è solo un mezzo tecnico* e sono confortata da un antico sutra che dice: ‘uccidi l’ambizione, lavora come quelli che sono ambiziosi‘. E continua: ‘L’artista sincero che lavora per amore della sua arte è talvolta piantato sulla vera via più fermamente di altri.’**

Chiederci cosa ci piace, coltivarci, creare, sono i passi da fare, costantemente. Perché fotografo. L’ho chiesto attraverso un post sui Social e ho ricevuto queste risposte:

  • ‘Per ricordarmi chi sono in quel momento. Perché mi emoziona vedere quello che c’è fuori.’
  • ‘L’atto creativo è l’unico in cui sono ancora realmente libero di scegliere’.
  • ‘Per cercare di ricordare un’emozione, un profumo, un sapore’.
  • ‘Fotografare ha un senso per me. E cercare modi ‘nuovi’ di farlo è solo un modo di tirare fuori quello che matura dentro di me, alimentato dagli stimoli che il mondo si incarica di sottopormi’.

In una puntata del podcast Il bazar atomico, Dorian Bones, de La società dello zolfo, ha detto una frase importantissima sui percorsi iniziatici. Ho sempre pensato che il percorso di un artista consapevole non sia molto diverso da quello di un iniziato, a prescindere dalla tradizione che segue, pertanto trovo queste frasi molto potenti.

‘La magia è la forma più alta di resistenza e anarchia che noi oggi abbiamo. Un mago è colui che va verso se stesso per non essere omologato’. Sostituire ‘magia’ e ‘mago’ con ‘arte’ e ‘artista’, o con ‘creatività’/’creativo’ qualsiasi cosa pratichiamo. Creiamo e viviamolo, quello Spazio sacro, coi tempi e i modi ad ognuno congeniali.

Perché fotografate, dunque?

Valeria Pierini

Settembre 2025

Continuate a inviarci le vostre risposte a incontridifotografia@gmail.com e le caricheremo in questo articolo!

Editing: Martina Mencarini.

Qui alcuni approfondimenti a tema:

https://www.incontridifotografia.it/il-maestro/

https://www.incontridifotografia.it/lezione-di-alchimia/

https://www.incontridifotografia.it/sacramental-snapshot/

* Qui trovi un approfondimento.

** La luce sul sentiero, M. Collins.

Qui un laboratorio gratuito a tema.

 

 

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