In The spell Patti Smith canta la santità di ogni cosa e persona. Holy everything is holy – Holy the only fuckin world is holy! – in realtà i versi sono di Allen Ginsberg, dell’Urlo di Allen Ginsberg. La versione di Patti Smith è un recital laico, epico. Quando perdete la sapiens col prossimo, quando avete bisogno di riconnettervi ascoltate The spell.
‘Quando si va in giro con la macchina fotografica si ha quasi il dovere di stare attenti, di non perdere quell’improvviso e piacevole riflesso di un raggio di sole su una vecchia pietra’.*
Abituandoci ad osservare il mondo che ci circonda, da fotografi consapevoli, piano piano, ci abituiamo a cogliere sfumature e scene. Se alla pratica di osservazione ci abbiniamo quella della scrittura i sensi si aprono, diveniamo ancora più ricettivi e la nostra memoria funziona meglio. E’ un po’ quello che avviene quando, in chi pratica meditazione, succede di notare le piccole cose, di essere attenti a cogliere sfumature di solito sommesse. Una ricettività che porta intuizioni ed empatia: i nostri occhi guardano con empatia il mondo. L’osservazione consapevole, che si riversi in fotografia o/ma soprattutto con la scrittura, ci aiuta a verbalizzare questo modo di essere umani. Verbalizzare è capire-capirsi, scoprire-scoprirsi, ri-scoprire e ri-scoprirsi. Ci aiuta a notare questo modo presente di stare al mondo e a rendergli dignità, accorgendosene ma anche scrivendolo, e quindi attestandolo, non per bisogno, ma per dargli l’importanza che merita; riversando, poi, l’empatia che ne scaturisce nel nostro lavoro di fotografi. Cosa diavolo vogliamo fotografare, altrimenti?
‘My interest in pictures was more sacramental than photographic. I didn’t see myself as a recorder of events or as being involved in a continuous reportage.’ **
Da quando questo switch è avvenuto in me, riesco a ricordarmi di questi momenti e a scrivermi nelle pagine del mio diario le cose degne di nota della giornata: il gatto che porta il cibo alla bocca con la zampa, un iguana che mangia le alghe alle Galapagos, una persona che apre la porta a un’altra sconosciuta, la persona che mi ha fatto passare davanti in fila alla cassa, spontaneamente, ‘grazie, buona giornata’, papà che prepara il the a mamma. E’ diventato un esercizio che cerco di portare avanti ogni giorno, ‘ricordati delle cose importanti’. Sì, perché notare un giovane che aiuta un uomo più anziano ad aprire il frigo del bar per prendersi un gelato, non è solo un qualcosa che stiamo guardando, o un patetico luogo comune: ciò che vediamo ci muove qualcosa, che sia un sentimento di tenerezza o empatia o altro. Vale anche se guardiamo un bambino isterico che fa i capricci, come lo guardiamo? Riusciamo a non farci sopraffare dalle grida e dall’astio e ad accogliere questa visione? Ho imparato a registrare in memoria queste cose per poi annotarle. Un esercizio per restare ricettiva alle cose del mondo. Anche senza macchina fotografica, ognuna di queste ‘cose degne di nota’ è un sacramental snapshot, lo vedo e lo scrivo. Quella scritta diventa un frame, anche se non l’ho fotografata, che sono contenta di aver visto e registrato, nel corpo, in pratica. Farsi degni di nota.
Ieri mi sono comportata male nel cosmo. Ho passato tutto il giorno senza fare domande, senza stupirmi di niente. Ho svolto attività quotidiane come se ciò fosse tutto dovuto. (…) il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle, e io l’ho preso solo per uso ordinario. Questi versi di Wisława Szymborska mi suonano in testa ogni giorno. Comportarmi male nel cosmo è anzitutto non guardare con accoglienza ed emozione la vita che accade, non essere presente. Questo modo di guardare a fondo aiuta, poi, a guardare da fuori, l’emozione si fa solo più ampia. Guardare nostro padre che legge e guardarlo non solo come nostro padre ma come un uomo che legge, nel pieno del suo essere, è qualcosa che amplifica ciò che vediamo, non riduce l’uomo o la visione, la amplifica. Significa accogliere le persone e le cose non solo per la connotazione che hanno ma in quanto persone e cose in primis, diciamo, nella loro totale dignità di esseri umani o essere cose, accadimenti. Questo lo si fa mentre le cose accadono, nel quotidiano. Io lo faccio nel quotidiano, ormai.
A volte, invece, vado al bar per fare proprio questo esercizio. Mi siedo e non scrivo solo quello che osservo. Mano a mano, scrivo ciò che sento, dietro di me, di lato. Il mondo diventa disponibile perché ogni cosa si arricchisce di particolari, come in un perpetuo blow up che mi permette di vedere (letteralmente con tutti i sensi) più a fondo la trama delle cose: i particolari ciondoli di una collana, cosa mangia l’uomo seduto vicino a me, le macchine che passano sulla strada, le persone coi carrelli della spesa che passano a fianco, i bambini nel parco di fronte, le facce e le espressioni degli anziani che fanno la merenda del pomeriggio. Mi permette di percepire se qualcuno ha un tono dimesso o aggressivo o la gentilezza tra due persone al bancone, si è alzato il vento, ‘quello che rimane da dire è sempre una nuvola’, scrive Julio Cortazar in Le bave del diavolo.
La gentilezza è l’atto ultimo di questo processo: ricettività – accoglienza – empatia – gentilezza. Quante cose abbiamo visto oggi? Ma soprattutto cosa e come abbiamo guardato, prestato attenzione? Allargarsi a queste visioni di ‘cose degne di nota’ non ci fa essere più appesantiti, come potrebbe sembrare, ci arricchisce. Quello che ci appesantisce sono le scorie del mondo, le paure, le ansie, il rumore della mente che non smette mai di fare la mente. Siate felici di notare queste ‘cose degne di nota’, lo sarete spontaneamente: dalla gioia dell’attimo, mano a mano, queste esperienze si sedimenteranno in voi, miglioreranno l’umore, il vostro stato. Notare queste cose vuol dire che sono accadute e le abbiamo viste. Un motivo in più per non perdersi nel tedio e nell’accidia.
Damiel e Kassiel, in una scena de Il cielo sopra Berlino, si incontrano, tirano fuori i loro taccuini e inizia uno spoken word – surreale, senza soluzione di continuità – dove ognuno legge ciò che ha scritto in quel taccuino: ciò che ha catturato la sua attenzione, inezie per noi umani, rilevanti per gli angeli, tanto da fargli desiderare di diventare umani. Quella scena mi fa sempre piangere. Ogni volta che riguardo questo film, anzi, piango di più della precedente proprio perché colgo sempre più cose. Una lezione, quella di questa scena, senza pari sul tenere insieme le cose. Tenere insieme le cose è essere consapevoli di ciò che ci accade e sul mondo che ci corre accanto, ogni sguardo, ogni cosa che notiamo è un fermo immagine. Io sono quello che ho visto, quello che sono stata in grado di vedere e sentire.
Per fare dello storytelling efficace non c’è solo e tanto da conoscere lo Schema narrativo canonico, gli archetipi e le matrici narrative dei racconti, c’è anche da percepire la vita, non solo i grandi accadimenti ma farsi quanti e andare in profondità, nell’ultra piccolo, per poter restituire la storia che andiamo a raccontare a seguito dell’esperienza che ne abbiamo fatto. Di contro, ciò che vediamo fuori è ciò che siamo – ecco l’importanza di allenarsi alla ricettività: se io sono un ‘tombino’ guarderò e riceverò da tombino. Elevarsi, restituire storie che sentiamo e viviamo, invece. Lo stato di consapevolezza che ci aiuta a vedere e conoscere il mondo lo riversiamo fuori. Vedo ciò che sono e sono ciò che vedo. Perché ci innamoriamo di alcuni fotografi e non di altri? Per come vedono attraverso le loro fotografie, per la loro visione.
La vita accade, l’immaginazione accade e l’arte accade. Creare è aggiungere qualcosa che prima non c’era. Altrimenti cosa fotografiamo a fare, se replichiamo il guru di turno? Ve lo siete mai chiesti? Le storie di ognuno hanno dignità solo se coltivate nel buio del proprio animo, prima, solo se prendiamo confidenza con questo sentire, ricettività – accoglienza – empatia – gentilezza. E’ qui che c’è il nostro mood, il nostro punctum, è qui che le nostre storie hanno dignità e validità di essere raccontate. E’ così che si arricchisce il mondo, non solo con le nostre storie ma con la potenza di chi siamo, che è data da ciò a cui diamo importanza dall’esatto punto in cui siamo, pur periferico che sia. Se non siamo gentilezza non possiamo rivendicarne la mancanza nel mondo. Si parte dal nostro interno. Se vogliamo raccontare storie dobbiamo essere, aver sentito su di noi, quelle storie. Essere e sentire le storie, farne esperienza vuol dire attraversarle, osservarle con presenza, ascolto e consapevolezza e poi tradurle nel nostro linguaggio fotografico.
Paolo Borzacchiello ha un motto: ‘non parlare coi tombini’. E’ vero e penso che è nostra responsabilità, anzitutto, non essere dei tombini.
Valeria Pierini
Per approfondire queste pratiche di osservazione, fotografia e scrittura sono disponibili: Good me bad me. Discorsi sull’autobiografia, in partenza in autunno; e I detective selvaggi, o Literature & photography, disponibili a richiesta in versione one to one.
Ascolta The spell qui
Qualche info su The spell qui
*Julio Cortázar, Le bave del diavolo.
** Allen Ginsberg.