Consigli a chi si approccia alla fotografia
Decolonizzare lo sguardo. Nello scritto precedente ho raccontato di decolonizzare il proprio sguardo d’autore attraverso le mie esperienze autoriali e professionali. Se allarghiamo lo sguardo cogliamo che c’è ancora margine per decolonizzare cose. Fotografi alle prime armi nella fattispecie.
Chi si approccia alla fotografia in questi tempi lo fa ‘figlio’ del digitale e magari sulla spinta dei Social media. L’approccio digitale fa si che si saltino tutti quei passaggi, fondamentali, fatti di tempo di attesa, di materia e di limite negli scatti da poter produrre tipici dell’analogico. Probabilmente non ha mai sentito dire ‘se di trentasei pose ne è venuta bene una allora hai una buona media’, o anche ‘se il negativo non è correttamente esposto lo butto’ (questa è di Weston, Edward Weston). Sicuramente ha sentito dire frasi tipo ‘tanto la aggiusti in postproduzione’.
Chi si avvicina alla fotografia su sollecitazioni (spesso più dopaminiche che altro) dei Social lo fa perché coglie l’immediatezza delle immagini: la vedo, posso farla anche io e (magari) condividerla. Pertanto il suo inconscio visivo è già largamente colonizzato da milioni di immagini alcune delle quali hanno colto la sua sensibilità. I fotografi più giovani ed onesti spesso ammettono che sono nati come fotografi, come autori, figli del digitale e che si rendono conto gli sia mancato a livello anagrafico, l’approccio analogico. Ognuno di questi modus, analogico, digitale e Social, implicano un pensiero dietro la fotografia, la concezione che se ne ha e come poi la si applica da produttori di immagini e magari anche da autori. Non c’è un modo sbagliato ma se si vuole fare Fotografia c’è un comune denominatore: conoscere la fotografia. Non gingillandosi sui Social ma trovare modi di fruizione, conoscenza e approccio al mezzo tangibili ed esperenziali. Visitare mostre, comprare libri, andare ai festival e soprattutto conoscere la storia della fotografia. Questo perché la fotografia sta totalmente da altre parti rispetto quelle che solleticano la nostra dopamina. E’ come voler essere scrittore senza conoscere l’alfabeto e la letteratura. Ogni qualvolta ci si avvicina ad una forma di espressione si fanno i conti con ciò che l’ha portata fino a noi. Scoprire la fotografia sui Social, magari ammiccati dai creator di turno che a suon di challenger, corsi di marketing più che di fotografia, cuoricini messi per prendere follower, e foto che sembrano poster di un negozio di arredamenti (dignitose, estetiche ma finisce lì) fa sì che si sia rapiti dall’estetica delle fotografie proposte in questi contesti e dalla rapidità. Niente di più lontano dalla Fotografia. Sentire nel tempo il bisogno di fare qualcosa di più con la propria fotografia può accadere. Succede che dopo i primi approcci e magari primi non troppo timidi successi, si desideri ‘diventare autore‘. Ecco, lì i Social vanno proprio buttati via.
La mia prima lezione di musica fu un trauma: il maestro mi tolse lo strumento, mi dette un surrogato non troppo rumoroso e mi fustigò con gli esercizi di impostazione dello strumento, poi col solfeggio e poi con esercizi di solfeggio e scrittura sullo strumento.
Con la Fotografia è la stessa cosa. Buttare i Social e fiondarsi nella vita con la Fotografia. Spogliarsi delle influenze delle fotografie viste sui Social che sono letteralmente fatte in serie e farsi una cultura fotografica. Le influenze – anche le positive – rimarranno e ci vorranno anni solo perché da autori ci si spogli dei modelli positivi ma non si è Fotografi se non si conosce la Fotografia, la storia della Fotografia. E’ quella che offre modelli e contenuti da imitare, sovvertire. Nemmeno la fotografia dei foto club, il più delle volte va seguita, laddove si incontrino club o peggio, gruppi Social di estremisti con l’invidia del pene che non hanno mai visto una foto d’autore in vita loro e fanatici della tecnica, un modello di fotografo inutile anche per gli autori, ormai centenari della Straigh photography che desideravano fare della tecnica il linguaggio di legittimazione artistica della fotografia.
Uno dei passaggi fondamentali per un autore è quando si accorge che si sta allontanando dai propri miti, dai maestri ai quali si è ispirato. Non c’è bisogno di rotture drammatiche, basta semplicemente accorgersi che si sta andando in un’altra direzione o, spontaneamente, che non si è d’accordo con quello che i propri miti dicono. E’ un processo naturale, indice che ci si sta sollevando dalla propria zona di comfort e che si continua, ancora di più, a volare con le proprie ali. Questo è un processo sano. E i fotografi da Social non c’entrano nulla.
Scordatevi la pagina da fotografo, scordatevi il sito e la mondanità: concorsi, riviste. Fatevi un bagno di umiltà e passate almeno un anno a tentare a studiare. Decolonizzarsi dai Social non vuol dire solo decolonizzarsi a livello visivo ma anche performativo da quella spinta a cercare legittimazione. Non vi sentite un po’ presuntuosi quando andate cercando glorie senza una solida base di conoscenza e produzione della fotografia? Perché dovrebbero considerare proprio voi? E’ come andare in uno studio di architettura perché si è bravi coi lego.
Azzarderò un altro passaggio: nella grande corsa al riconoscimento (dopamina), perché la vostra vita diverrà una corsa ad una nuova dose, quando arriverà l’onda bassa (e accadrà ciclicamente), cosa farete se non sarete integri nella vostra fotografia? Questo è un nodo cruciale di chi lo fa di mestiere o di chi comunque si coltiva una carriera autoriale. E’ fisiologico. Nei momenti di bassa non sarà la speranza nei prossimi successi, a tenervi a galla, ma sarà la passione che alimenta la vostra vocazione e riguarda la vostra fotografia, non il palcoscenico. Questo atteggiamento con sé stessi non cerca, e dunque demanda, al fuori la propria esistenza ma esiste di per sé stesso. Altrimenti, dopo 2, 3 anni in cui vedrete porte chiuse rinunciate. Che va bene ma non c’entra con la fotografia o col successo. Il successo lo avete se restate nella vostra fotografia NONOSTANTE il mondo non giri intorno a voi, o ci giri poco. Sentire la voce profonda che vi invita a smettere è un grande atto di onestà. Ma non bisogna smettere perché da fuori nessuno ci vede. Bisogna smettere perché sentiamo di non avere più niente da dire. E per avere qualcosa da dire bisogna prima esserci stati con la Fotografia, fuori dai Social, nella vita vera. Se smettiamo perché il fuori è brutto e cattivo (benvenuti nel fight club, aggiungo) allora sappiate che ciò che fate lo fate solo per la legittimazione. Cercare legittimazione in una carriera d’autore e professionale va bene, è sacrosanto, ma non può essere quello il motore. Il motore siete voi, la vostra vocazione verso la fotografia e la fotografia che desiderate fare NONOSTANTE il resto.
Il vero successo è ricavarsi la propria strada, coltivando la propria fotografia nel modo a ognuno più congeniale. Anche quando nessuno vi vede. Contestualmente certo che si possono cercare mondanità e opportunità ma prima c’è bisogno che inizi ad uscire un principio di consapevolezza fotografica su chi si è, cosa si predilige e ciò si fa, non solo facendo fotografia e tentando ‘la scalata’ ma alla luce delle conoscenze in campo Fotografico. E non sono i ph su Instagram a darvela, la conoscenza. Se la fotografia anzitutto non vi stimola a un cambiamento interiore, alla ricerca e alla crescita, non è la vostra strada.
Qui un approfondimento gratuito dedicato alla consapevolezza in fotografia.
Per ricevere un piccolo vademecum dedicato a come decolonizzarsi dai Social e immergersi nella propria fotografia, scrivici su incontridifotografia@gmail.com, saremo felici di inviartelo gratuitamente!
Febbraio 2026
Valeria Pierini