Fare fotografia, secondo me

Pt. #1

Negli ultimi due, tre anni, in particolare, si parla di decolonizzazione. Decolonizzare qualsiasi cosa. Anche in fotografia se ne parla. Decolonizzazione dallo sguardo patriarcale, dall’etnocentrismo e chi più ne ha più ne metta. Nel 2020, mi sono approcciata all’Artico, affascinata da sempre da quelle geografie, dalle distanze e dalle frontiere, terre ostili quanto meravigliose, dal forte rapporto con la natura, richiamo che sorge davanti questi argomenti. L’Artico è tutt’ora colonizzato, anche in fotografia. Quando realizzavo ‘Operazione Paese delle Meraviglie‘, volevo portare il discorso sui fatti brutti accaduti a seguito del colonialismo, andando oltre certi approcci fotografici retorici quando non ingenui, che piacevano, agli altrettanti ingenui coloni, inconsapevoli.
La situazione è ormai degenerata: droni, cellulari e ogni tipo di turismo fotografico si è insinuato nell’artico. Tutto è stato visto, mappato e viene riproposto in salse senza contenuto ma fortemente estetiche. tutti fanno belle foto, nessuno si preoccupa di farlo attraverso un contenuto. Ormai anche i racconti genuini sono portatori di mera retorica. Non potendo viaggiare in tutto il circolo polare artico e non per motivi pandemici ma per l’impossibilità di accedere alle risorse necessarie, ho lavorato da remoto, con la found photography e la postpruduzione e gli acquerelli, per raccontare vicende atroci accadute intorno al Mare Artico attraverso foto esteticamente belle, un nuovo e inedito immaginario perché immaginato. Foto belle per fatti brutti. Perché si può raccontare senza crudezza, perché ciò che rimane è il sopruso alla natura e agli uomini. Il punto, da sempre, è non saperne niente e aumentare il rumore della tragedia.

Gennaio 2026

La foto è ‘Samalia’, dalla serie ‘Operazione Paese delle Meraviglie‘.

Qui un approfondimento.

Pt. #2

Dicevo della retorica sull’Artico e di come abbia cercato di aggirare la questione nella scelta delle tematiche e nella loro rappresentazione lavorando completamente da remoto (che vuol dire di photo touvè e post produzione). Una cosa simile l’ho fatta con l’Etna. Le ricerche fatte su quanto realizzato in fotografia mi hanno scoperto già satura. Ho acquisito il linguaggio specifico della vulcanologia, ne ho studiato i fenomeni e ho vissuto i paesaggi del vulcano. Allora ho scelto, non solo di andare dalla parte opposta all’iconografia presente sul vulcano, ormai codificata, ma di lavorare su qualcosa che non si vede. L’energia del territorio dell’Etna. Una laica spiritualità che sembra permeare tutto, carne, spirito e luoghi. Per farlo non ho mai rappresentato il vulcano in modo mimetico. ogni triangolo che emerge nel lavoro non è l’Etna ma una sua rappresentazione, spesso ricreata in studio o ripresa altrove e modellata da me. Una versione dell’Etna che rende il mio immaginario personale del vulcano. Non sento il bisogno di mostrare ciò che c’è ma di mostrare la mie esperienza con i miei soggetti. C’è bisogno, io per prima ne ho, di vedere cose non di già viste, di togliere i rumori retorici e debordanti, pieni di luoghi comuni. Dalle esperienze da remoto alle esperienze sul campo, impossibili da restituire in toto con le immagini, che ne sono sempre un fine distillato ma per questo speciali, perché arricchiscono me come persona e autrice, stratificandosi e continuando a perpetuarsi nel mondo dei segni, in nuovi lavori, ancora e ancora.

Gennaio 2026

La foto è dalla serie Divampante fulgore

Pt. #3. Riflessioni sull’approccio alla natura
Il mare mi ricorda i vulcani. O meglio, il nostro approccio alle zone costiere mi ricorda il nostro approccio coi vulcani. Non parlo di chi viveva sotto al Vesuvio nel 79 AC o sul Tera a Santorini nell’Età del bronzo. Ma di chi in età contemporanea si approccia alle coste come fossero i bordi di una piscina. Nessuna civiltà, a quanto pare, è mai pronta ai cambiamenti. Forse è un vizio di specie, laddove non sia una connivenza colpevole e pericolosa. Cosa succede se arriva il mare e si porta via tutto? Chi ti ha detto che questa terra è la tua? Il mare, fa il mare, anche quando si comporta da oceano. E finirà la sabbia dove infilare la testa, perché il mare se la può riprendere, in ogni momento. Senza un approccio olistico alla natura, ci rimarrà ben poco. Von Humboldt ci aveva avvisati in tempi non sospetti. Ma evidentemente siamo la civiltà del dopo. Finirà la sabbia per metterci la testa sotto. Se la riprenderà il mare. Anche il Mare Nostrum, diventa meno Nostrum. Ma noi siamo la civiltà del dopo. durante violentiamo i litoriali, i vulcani, ogni cosa. Il mare si riprende ogni cosa, come ha spesso fatto. Non lo puoi imbrigliare, anche se lo domini – ‘chi domina il mare domina il mondo‘. Non sembra più tanto ovvio quando il mare si riprende le coste. Anche nel nostro ‘lago interno‘. Queste sono delle poeticissime case di pescatori a La Valletta, forse danno l’idea del senso mediterraneo. Giorni fa le ho viste buttare giù dalle onde. Queste foto sono foto che colleziono quando vado a fotografare il mare per il mio progetto I greci non conoscevano il blu. Fotografo ciò che è ‘a lato del mare’. Ancora non l’ho finalizzato in un lavoro ma intanto ho capito che la sua funzione è quella di tenere memoria. Ché non si sa mai, a quanto pare.

 

Tutti i testi e le foto sono di Valeria Pierini

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