Costruire il buio, lasciare accadere la luce
Una Camera Obscura a Pedali nasce dall’incontro fra un dispositivo ottico elementare, la lentezza della bicicletta e i luoghi attraversati. Al Parco del Pionta di Arezzo, la sua prima apparizione pubblica ha aperto domande sul vedere, sulla partecipazione e sul modo in cui una pratica artistica entra nello spazio comune.
Prima ancora che io monti la camera, c’è qualcosa che accade già: la luce attraversa il mondo, incontra le cose, le rende visibili. La camera obscura e il foro stenopeico non producono questo evento. Lo raccolgono, lo rendono abitabile per qualche minuto, ci permettono di assistervi.
Forse il progetto nasce da qui: dal sospetto che vedere non significhi possedere ciò che si guarda, ma rendersi presenti a ciò che la luce stava già facendo — su quel parco, su quell’ora, su quelle foglie.
Una Camera Obscura a Pedali non è nata all’improvviso. Viene da oltre trent’anni di pratica con il foro stenopeico, da fotocamere costruite, da immagini attese a lungo e da precedenti camere abitabili. Viene anche da un viaggio in bicicletta fino a Capo Nord, che ha confermato nel corpo e nello spazio un rapporto con il tempo già maturato attraverso il foro stenopeico. La distanza misurata dal corpo, la dipendenza dal tempo atmosferico e l’impossibilità di separare il percorso da ciò che vi accade lungo il percorso sono diventate parte dello stesso modo di vedere.

Per questo la bicicletta non serve soltanto a trasportare la camera. È parte del suo modo di conoscere. Pedalare impedisce di saltare rapidamente da un punto all’altro e costringe a restare esposti alla continuità del territorio. Anche la camera obscura lavora così: non preleva un’immagine per portarla altrove, ma chiede di fermarsi nel luogo in cui l’immagine sta accadendo. Il movimento lento e la sosta nel buio sono due momenti della stessa pratica.
Una Camera Obscura a Pedali continua una ricerca che attraversa da anni il mio lavoro: costruire dispositivi che non aumentino il controllo sull’immagine, ma la espongano al tempo, al movimento, al limite e all’imprevisto. Qui quella ricerca arriva forse a una conseguenza radicale: una fotografia che, nel suo momento centrale, può esistere senza fissarsi né essere portata via. Il progetto produce comunque molte fotografie — della costruzione, di chi entra, delle apparizioni e della documentazione — ma l’esperienza ottica non coincide con esse. Fotografare potrebbe allora significare anche predisporre una condizione e lasciare che il luogo, chi entra e ciò che non avevo previsto modifichino il gesto.
Il 17 maggio 2026, al Parco del Pionta di Arezzo, sono arrivato alle 8.30 del mattino. Ho scaricato il carrello, scelto il punto, iniziato a montare. C’era il peso del telo, la resistenza del materiale all’aperto, il lavoro di costruire il buio dove il buio non c’è. La camera era pronta verso le 14.
Cinque ore di montaggio possono sembrare un limite tecnico da eliminare. In parte lo sono: il progetto dovrà diventare più leggero, trasportabile e autonomo. Ma quel tempo dice anche qualcosa che non vorrei cancellare del tutto. Predispongo con precisione una macchina affinché possa accadere qualcosa che non controllo. La fatica, il vento, la temperatura e gli imprevisti non stanno fuori dall’opera: mostrano che la condizione percettiva non è mai separabile dalle sue condizioni materiali.

Anche questa apparizione, però, non è cominciata con il montaggio. Il primo test a scala reale, il 28 aprile 2026, è stato possibile perché Francesca ed Emiliano hanno messo a disposizione casa, tempo e fiducia; poi altre persone, tra cui Angelo, sono arrivate ad aiutare. Senza quella disponibilità sarebbe rimasto un fatto tecnico. Al Pionta la camera è giunta attraverso una trama altrettanto concreta di messaggi, passaggi e risposte: una proposta, alcune relazioni, uno spazio reso possibile. Prima di diventare esperienza pubblica il dispositivo dipende da qualcuno che gli permette di apparire.
Nel pomeriggio sono arrivate alcune persone. Entro con chi vuole entrare. Spiego cosa accade: la lente, la proiezione, il capovolgimento. Poi sto in silenzio, se non mi viene chiesto nulla.
Il meccanismo è semplice, ma non povero: una lente raccoglie la luce del parco e la porta dentro, su una superficie chiara. L’immagine appare quasi subito: il cielo in basso, la terra in alto, gli alberi rivolti verso il suolo.
C’è un primo momento di sorpresa, quasi sempre. Poi alcuni escono. Dentro fa caldo. Chi rimane, rimane per ragioni sue. Qui la partecipazione non coincide necessariamente con il produrre insieme un oggetto o con il lasciare una testimonianza. Può consistere nell’entrare, nel restare, nell’uscire subito, nel fare una domanda o nel non dire nulla. La camera offre una condizione, ma non prescrive come attraversarla.
Questo non significa che io sia assente. Ho scelto il luogo, orientato la lente, costruito il buio, spiegato il dispositivo e accompagnato le persone all’interno. Il silenzio non interrompe la relazione. Dentro la camera continuiamo a occupare lo stesso spazio, a percepirci e a influenzarci, anche senza parlare. Il fatto che io scelga di non intervenire non mi rende assente né neutrale. Il tentativo non è eliminare la mia presenza — sarebbe impossibile — ma evitare, per quanto posso, di anticipare ciò che l’altra persona dovrebbe vedere o sentire. Resta una domanda aperta: quanto spazio riesco davvero a lasciare e quanto, inevitabilmente, preparo ciò che può accadere?
Dentro non arriva vento sul corpo, ma il vento è presente lo stesso. Muove i teli, gonfia la camera per qualche istante, a volte la fa sembrare un corpo che respira. Allora l’immagine oscilla, si deforma leggermente; da un angolo entra un filo di luce. Il parco non è soltanto il soggetto rappresentato. Agisce sulla camera. Gli alberi, il sole, il vento, il telo, i corpi e la lente producono insieme una situazione che nessuno di loro governa interamente.

Durante la preparazione di questo articolo ho letto È il capitalismo, bellezza! di Giovanni Semi. Il libro interroga i modi in cui l’estetizzazione delle città seleziona ciò che merita di apparire, trasforma i luoghi in immagini desiderabili e rischia di sostituire la città politica con una scena da consumare. Mi ha costretto a porre al progetto una domanda scomoda: una camera obscura che rende un luogo sorprendente interrompe davvero i regimi consueti dello sguardo, oppure contribuisce a rendere il territorio ancora una volta “bello”, esperienziale e quindi disponibile alla valorizzazione?
Non basta capovolgere un paesaggio per sottrarlo alle immagini che già lo governano. Anche lo stupore può diventare una formula, e la lentezza stessa può essere trasformata in un prodotto rassicurante. Il rischio esiste soprattutto se il progetto arriva in un luogo già sapendo che cosa deve rivelarne: la bellezza nascosta, l’autenticità, la comunità, la marginalità da riscattare. Parole bene intenzionate possono imporre dall’esterno un’altra immagine ordinata.
La camera, da sola, non risolve questa contraddizione. Può però renderla percepibile. La sua immagine dipende da ciò che si trova davanti alla lente e non consente di ripulire il campo senza scegliere di farlo. Entra tutto ciò che è presente: l’albero e il cassonetto, la persona che attraversa e quella che resta ai margini, il cielo e il degrado, il gesto previsto e l’intrusione. Il visibile rimanda continuamente a ciò che resta fuori campo: la storia del luogo, chi lo usa e chi ne viene allontanato, le relazioni di proprietà e di cura, le memorie, le disuguaglianze che non diventano automaticamente visibili perché un’immagine è poetica.
Non so che cosa la camera produca in chi entra, e non vorrei prometterlo. Potrebbe aprire una pausa, un dubbio, un’immagine inattesa; potrebbe non accadere niente, oppure qualcuno potrebbe trovarla inutile, scomoda o incomprensibile. Questo non mi solleva dalla responsabilità del dispositivo. Al contrario, mi chiede di osservare con più attenzione le condizioni che preparo e di non confondere le mie intenzioni con ciò che gli altri vivono.
La camera prova a tenere insieme, per un tempo limitato, una persona, un luogo e un’immagine che accade. Non ne risolve la complessità e non garantisce una sintesi. Rende disponibile una condizione.
Dopo l’esperienza ho chiesto a chi era entrato di lasciare, se voleva, un pensiero scritto. Alice e Annalisa hanno risposto.
In quella richiesta c’era anche un mio bisogno, non del tutto dichiarato, di capire se il dispositivo avesse davvero prodotto qualcosa per gli altri. Forse anche un bisogno di conferma: dopo anni di lavoro e una giornata intera passata a montare, cercavo un segno che l’esperienza avesse avuto valore. Riconoscerlo non rende false le restituzioni, ma mi obbliga a non usarle come certificati di riuscita. Sono risposte a una domanda che ho posto io, raccolte e selezionate da me, e dicono tanto dell’esperienza di chi ha scritto quanto del mio desiderio di ascoltarla.
La luce fa tutto da sola, la luce crea mille mondi. Qual è la realtà? Io non me lo sono chiesto, perché ho percepito un altro punto di vista talmente reale e vivo da farmi sentire in completa sintonia. Elementi nuovi dove ognuno vive la sua realtà, e per la mia natura introversa, silenziosa e solitaria è un meraviglioso luogo dove sentirsi accolti e curiosamente sorpresi.
L’impressione di entrare in un luogo buio e sconosciuto, titubante e timorosa. Poi sedersi ad aspettare. Affidarsi senza vedere niente. È tutto nero. Poi pian piano qualcosa inizia ad apparire, a formarsi, a schiudersi: chiome degli alberi, tronchi e rami. Sono in movimento, sempre più luminosi, più nitidi. Il fuori e il dentro. I suoni e il silenzio.
Mi dimentico che le vedo a testa in giù, diventa normale, non ha più importanza. Vorrei rimanere ancora lì, mi sento protetta, tutto fluisce. Le immagini sono mosse dal vento, ma qui dove sono il vento non c’è. Mi diverto, è un gioco. Quando esco tutto mi sembra più grande, più verde, più calmo, più reale. Anch’io più calma e più reale. Cammino.
Ero lì, a pochi passi. Vedevo anch’io la proiezione, ma non quello che vedevano loro. La stessa immagine non produceva la stessa esperienza.
La camera non produce un’immagine da portare via. Produce una condizione. Di quella condizione si possono conservare tracce, ma separarla dal contesto significa trasformarla.
Nota. Valeria Pierini mi ha fatto notare una cosa a cui non avevo pensato: in ciò che accade nella camera si può riconoscere la distinzione proposta da W.J.T. Mitchell tra image e picture, tra l’immagine come apparizione e statuto mentale e la picture come artefatto che si produce e si porta via. Qui chi entra non produce necessariamente una picture; può lasciare una testimonianza scritta, un’altra forma di restituzione.
Me lo chiedo ogni tanto: che tipo di valore è questo?
Non ho una risposta pronta. Posso osservare che quello che Alice e Annalisa hanno scritto non si ripete, perché non si ripete la relazione tra una persona e quella condizione: il luogo, l’ora, la luce, il caldo, il vento, la durata e ciò che ciascuna porta con sé. Cambia una di queste cose e cambia l’esperienza. Non è un contenuto che si consegna. È qualcosa che accade, oppure non accade.
Quello che succede dentro non è semplicemente che si “allarga lo sguardo” o che si scoprono “nuove prospettive”, formule ormai così diffuse da rischiare di non significare più nulla. Il Pionta è un parco di Arezzo. Chi lo frequenta lo conosce. Dentro la camera torna — capovolto, mosso, dipendente dalla luce di quell’ora. Non è irriconoscibile. È riconoscibile in modo diverso: come qualcosa che chiede di essere guardato di nuovo, senza che ciò che già sappiamo abbia per forza l’ultima parola.
Annalisa ha smesso di notare il capovolgimento. Non ha corretto la percezione: l’ha lasciata stare. Ha nominato anche protezione, gioco, suoni, silenzio e un vento percepito soltanto attraverso le immagini. Quando è uscita ha scritto che tutto le sembrava più reale. Non più bello, non più esatto: più reale. La familiarità non aveva perso la sua forma. Aveva perso, per qualche minuto, la sua autorità.
Ma anche questa esperienza non è innocente né universale. Il nostro modo di vedere non nasce nel vuoto: si forma nel tempo, attraverso le esperienze, le immagini che incontriamo e i luoghi che abitiamo. La camera non pretende nulla da chi passa. Non chiede di entrare, di capire, di partecipare o di lasciare una restituzione. È lì. Chi passa può entrare, fermarsi, guardarla da fuori o proseguire. Nessuna di queste possibilità vale più delle altre. Questo non significa che tutte le persone incontrino quella possibilità nello stesso modo. Il tempo disponibile, la familiarità con i luoghi dell’arte, la libertà con cui si attraversa uno spazio pubblico e la presenza stessa della struttura possono avvicinare qualcuno e tenere qualcun altro a distanza.
La camera è in uno spazio pubblico. Questo non è un dettaglio: è parte di ciò che accade. Chi passa vede il telo, la bici, il carrello. Vede qualcuno entrare. Forse aspetta di vedere qualcuno uscire. Forse entra anche lui. Questa attesa — di chi guarda dall’esterno qualcosa che non capisce ancora — è già una forma di relazione.
Dentro, nel frattempo, succede qualcosa di irriducibilmente personale. Eppure quella persona è in uno spazio comune, in un momento comune, in un caldo comune. Non c’è un’esperienza collettiva nel senso in cui si dice di solito. Ci sono persone che abitano la stessa condizione in modi che non si sovrappongono.
Per questo preferisco essere prudente con parole come “sociale” e “comunità”. Il valore non sta nell’attribuire al gruppo un sentimento comune che forse non esiste, ma nel descrivere più precisamente le relazioni che si formano: chi monta e chi osserva, chi entra e chi resta fuori, chi parla e chi tace, il parco e la struttura, il vento e il telo, le persone che frequentano quotidianamente il luogo e un dispositivo temporaneo che vi compare.
Forse il carattere pubblico della camera sta proprio nel non possedere del tutto ciò che fa accadere. Chi passa non è soltanto spettatore, chi entra non è soltanto visitatore e io non sono soltanto l’autore che controlla il significato. Per qualche minuto le posizioni possono diventare meno stabili. Non necessariamente più giuste, non automaticamente trasformative: semplicemente meno scontate.
Forse la camera potrebbe essere pensata anche come un esercizio di non-comando. Non perché elimini le differenze tra chi la costruisce, chi entra e il luogo, ma perché tenta di impedire che una sola posizione stabilisca in anticipo il significato dell’esperienza. Io preparo il dispositivo, ma non vedo al posto dell’altro; chi entra può restare, uscire o non riconoscervi nulla; il luogo, la luce e il vento modificano ciò che avevo predisposto. Le posizioni non diventano uguali, ma per qualche minuto nessuna possiede interamente la situazione.
La camera potrebbe così relativizzare la centralità dello sguardo umano: l’immagine non dipende soltanto dalla volontà di chi guarda, ma dall’incontro tra luce, luogo, dispositivo e corpi. Non offre la prospettiva degli alberi o del vento, ma rende evidente che il paesaggio non è materia inerte completamente disponibile al nostro sguardo.
Il Pionta non dimostra che la camera produca sempre questo. È il primo luogo in cui ho potuto osservarla fuori dal progetto scritto e dentro una situazione reale. Il viaggio servirà anche a verificare i suoi limiti: capire quando genera ascolto e quando diventa spettacolo; quando permette a un luogo di resistere alle immagini già pronte e quando, invece, ne produce altre; chi riesce a coinvolgere e chi lascia fuori.
La bicicletta porterà la camera in territori diversi, ma non dovrebbe portare con sé una risposta già confezionata. Dovrà accettare che ogni luogo modifichi il progetto, nella struttura materiale, nelle pratiche e forse anche nelle intenzioni. Più che rivelare una presunta essenza dei territori, vorrei imparare a sostare nelle relazioni che li compongono, comprese quelle invisibili, conflittuali o non umane.
La camera obscura capovolge l’immagine, ma il capovolgimento ottico non è ancora un rovesciamento politico. Potrebbe diventare, al massimo, un esercizio di dubbio: una sospensione temporanea del modo abituale con cui ordiniamo ciò che vediamo. Non direbbe agli altri come guardare. Proverebbe a costruire un luogo in cui, per qualche minuto, fosse possibile osservare senza avere subito l’obbligo di concludere.
Il desiderio più profondo non è che questa camera diventi un modello da replicare, ma che possa far nascere altre camere obscure: una stanza oscurata, una struttura mobile, una forma ancora diversa, costruita secondo le possibilità e la visione di chi la immagina. Non ci sarebbe una forma corretta da trasmettere. Forse il lascito sarebbe soltanto una curiosità, un metodo elementare, la prova che il mondo può essere capovolto senza dover essere subito spiegato.
Immagino queste camere come luoghi di sosta, non necessariamente legati a un evento o alla presenza di un autore: spazi in cui non sia richiesto produrre nulla. Potrebbero essere camere di decompressione non dalla realtà, ma dalle forme abituali con cui siamo costretti a ordinarla; luoghi in cui l’immaginazione possa riaprirsi, talvolta, come accade leggendo un libro o una poesia.
Se altre camere nasceranno, non dovrebbero essere copie subordinate alla mia. Il progetto lascerebbe davvero il segno solo se il dispositivo potesse essere appropriato, trasformato e perfino contraddetto da altri.
È questo, forse, il punto da cui il progetto potrebbe cominciare davvero: non promettere di cambiare i luoghi, ma lasciare che i luoghi cambino la camera. E accettare che, da quell’incontro, possano nascere camere diverse, non più mie, capaci di rendere disponibile altrove una sosta, un dubbio, una possibilità di immaginazione.
Luca Baldassari
Chiamata per tutti
Se qualcuno immagina di accogliere questa camera nel proprio territorio, o di farne nascere una propria, diversa, può scrivermi: ogni nuova apparizione nasce da un incontro e dalle condizioni che, di volta in volta, si riescono a costruire insieme.
Nota sul progetto
Una Camera Obscura a Pedali è un progetto artistico, educativo e itinerante di Luca Baldassari: una camera obscura mobile e abitabile, trasportata in bicicletta, pensata per incontrare luoghi, persone e pratiche dello sguardo. Il progetto è in fase di sperimentazione.
Approfondimenti: https://unacameraobscuraapedali.it/progetto-integrale/ https://unacameraobscuraapedali.it/apparizioni/17-maggio-2026-parco-del-pionta/
Ottobre 2026