Sulla bolla del lavoro artistico

#1

Vendere su Singulart non ti contraddistingue come artista. Prendono cani e porci e sai perché? Perché adottano il modello cinese con l’aggravante che si fanno pagare per addossare a te la responsabilità di rendere il tuo profilo visualizzato caricando e producendo opere. Ora, un artista si contestualizza nel discorso pubblico mano a mano che la propria ricerca viene legittimata a livello istituzionale, cosa affatto facile da ottenere e la si ottiene attraverso il lavoro con gallerie serie e istituzioni che diventano filtri. Dunque, se non hai modo di lavorare in contesti di questo tipo, perché mai pagare percentuali e tangenti a questi qua? Si ha l’opportunità di essere indipendente e portare il proprio talento, la propria voce nel mondo col proprio modo personale. Che non lo si può esprimere su Etsy o Saatchi, questi possono essere una cosa in più, un aiuto ma non il core del tuo lavoro, tantomeno alle condizioni con le quali lavorano. In indipendenza, se ci si lavora bene, senza queste sovrastrutture, tutti i guadagni sono nostri e si sostenta la propria filiera in modo circolare e sostenibile. Siamo noi, col nostro percorso che dobbiamo sceglierci e legittimarci per primi, con dignità. Smettendola di cercare giustificazioni. A volte nemmeno un percorso istituzionalizzato garantisce la qualità dell’artista pensate che questi venditori di successo possano?

#2

Vediamo spesso enti o organizzazioni che, facendo leva sul fatto che le gallerie non rispondono alle submission, cercano clienti fornendo le skills necessarie a confezionare email e portfolio per le gallerie. Dichiarano che il motivo per il quale le gallerie non rispondo è che le email e i portfolio sono fatti in modo poco chiaro. Chiariamoci: le gallerie non rispondono solo perché le proposte che ricevono non sono redatte in modo adeguato. Ci sono molti motivi dietro le non risposte, belli o meno che siano. Il punto è che se un avventore – con zero consapevolezza del proprio lavoro e zero materiale adeguato – ha l’ingenuità di proporsi e di conseguenza viene rifiutato, vi dico una cosa scomoda: è sacrosanto. Perché una persona senza un briciolo di consapevolezza – di contenuto e formale – dovrebbe essere presa? Perché fare leva su questo per accaparrarsi clienti ai quali spiegare come confezionarsi e la professionalità necessaria? Quando si accorgeranno che non basta questo a lavorare, se non si ha soprattutto un lavoro solido, cosa faranno? Rinunceranno o, da bravi avventori inesperti di qualcosa che non gli compete, si venderanno la mamma pur di esporre. Già il sistema non è meritocratico, perché incentivare centinaia di persone che pensano di essere artisti solo perché condividono ‘arte sui social?’

Il lavoro artistico deve essere preso sul serio anzitutto dagli artisti e dagli operatori del settore e, in secondo luogo, dai formatori. Terzo: deve essere concepito come un lavoro dal pubblico e quindi anche dai cosiddetti improvvisati. Quello che passa è sia l’accessibilità ad un mondo difficilissimo sia la facilità del lavoro artistico, proprio perché non considerato lavoro.

Dire che le gallerie non rispondono perché non si confezionano bene email e portfolio non è la panacea da questo problema. La panacea è riconoscere il lavoro artistico come tale, aiutando il pubblico a riconoscerlo, dunque, e adeguare il settore a lavorare dandosi valore. Perché è il sistema stesso che è fallato. Gli operatori culturali stessi campano sul sistema non considerando il lavoro artistico e intellettuale un vero e proprio lavoro. E’ questo il problema. Pensate che ci sono operatori culturali, ad alti livelli, che si lamentano degli scrittori che chiedono un compenso per fare le presentazioni!

Offrire formazione per gli artisti è sacrosanto ma, forse, molte di queste entità sono nate per il fatto che sta scoppiando la bolla dell’arte facile. Molti si sono accostati a questo che nessuno (neppure loro) consideravano un lavoro, abbacinati dal glamour, dalla (presunta) facilità di accesso e produzione e, dovendo fare i conti con quello che è un lavoro – bello ma come gli altri – oltre che essersi accostati senza preparazione, o senza avere l’umiltà di pensare di aver bisogno di essere formati al mestiere, ora ne pagano il prezzo: essere incompetenti in un mondo difficile (comunque tutto il mondo è difficile, specie se non si conosce). Lo scotto è trovarsi a passare più della metà del tempo a occuparsi della struttura del proprio lavoro e non facendo arte. Quindi, anziché pensare che forse non si è tagliati per reggere questa vita, ci si lamenta del fuori. Che va bene, ma mostra una consapevolezza molto bassa. Il sistema va conosciuto ma bisogna essere formati per cavarsela da soli, assumendosi la responsabilità della propria carriera. La domanda è sempre quella: se non riesci a stare dentro il sistema in modo costante, o, peggio, hai difficoltà ad entrarci, tu l’arte non la fai più perché fuori sono brutti e cattivi? 

Cosa ci si aspetta dalla vita artistica? Si dice: fai il lavoro che ami e non lavorerai mai più un giorno in vita tua. Se si parte da una concezione del lavoro come qualcosa di brutto può starci, questo pensiero ingenuo, ma dico una cosa: fare il lavoro che si ama vuol dire lavorare più degli altri. Perché si ha la totale responsabilità del proprio destino. Se si concepisce, invece, il lavoro come un qualcosa che nutre, che ci nutre farlo, per il quale abbiamo una vocazione, allora tutte le beghe si vivono solo meglio. E’ sempre una questione di postura, di come ci si pone rispetto al lavoro. E’ vero. Chi ha un team gestisce meglio le cose perché della maggior parte non se ne occupa. Ma se noi non abbiamo un team allora vuol dire che possiamo scegliere che vita vogliamo, lavorare per gradi. Se si fa un lavoro che si ama ma se ne diventa schiavi, tanto vale fare un lavoro dipendente. Il lavoro artistico, autonomo, è una questione di disciplina, di postura. Anche gli artisti devono mangiare e fare la contabilità e tutta una serie di cose che con l’arte non hanno a che fare. Se ci si trova a lasciare il lavoro per dedicarsi all’arte e poi si rimane delusi, il problema è delle aspettative che si avevano e sì, forse, non era il lavoro adatto. 

Valeria Pierini

Aprile 2026

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