Spunti e riflessioni sul lavoro artistico

#1 Sul libro d’artista

Chiariamo una cosa: se io prendo della bella carta, ci schiaffo sopra delle foto, ci scrivo delle frasi di qualche Nietszche o Calvino, e rilego a mano il tutto, non ho fatto un libro d’artista. E’ un oggetto giocoso e creativo? Sì, assolutamente. Allora dove sta la differenza? Il libro d’artista è qualcosa che destruttura il linguaggio, anziutto editoriale, della forma libro. Il libro d’artista è il risultato di un percorso che è per prima cosa concettuale di ricerca, alchemico, dove l’autore trasforma la materia e se stesso, un rito iniziatico, quasi. Che implica un rispetto verso se stessi e ciò che si fa. L’esempio riportato sopra può essere benissimo un libro d’artista in nuce ma non è un libro d’artista. Vedere che si fanno ancora mostre dove c’è una selezione da sagra prendendo su capre e cavoli è oltremodo offensivo. Per chi fa questo lavoro e per chi, graziato di cotanta importanza datagli e fiero di ciò (cosa di cui non c’è niente di male) si trova ad esporre il libro di decoupage. Il libro d’artista è uno dei lati del pendolo del mondo editoriale dopo il quale c’è l’ibridazione. Dalle avanguardie, ai libri fluxus, questi oggetti hanno stravolto le dinamiche: da tirature altissime e pregiate, a tirature limitate e scarse, da fanzine a libri fotocopiati, ecco perché è fondamentale utilizzare dei criteri, per poter immettere questi oggetti nel giusto discorso. Se chi seleziona ha le idee confuse, non solo si vede, ma si perpetra l’uso di linguaggio e stili totalmente annacquato. Che non è utile, nonché dannoso per gli artisti – veri* – coinvolti. A parte questo, quello che sarebbe importante per tornare al post di settimana scorsa, è dare ad ognuno il proprio spazio, no prendere su tutti danneggiando chiunque: professionisti, amatori e pubblico.

*Per ‘artisti veri’ si intendono quelle persone, non amatori, non avventori, che hanno fatto dell’arte la loro prima o seconda occupazione, che hanno un percorso strutturato e non avventato o occasionale.

#2 Sul curriculum
Si vedono molto spesso contesti dove si accettano amatori, avventori e professionisti. In molti concetti ‘si prediligono le foto’ dunque il cv dei fotografi non conta. Pensare che bastino le foto è un concetto novecentesco e il 900 è finito da 26 anni. Questo concetto ha fatto sì che si equiparassero ‘a parità di belle fotografia’ i lavori degli amatori, degli avventori e dei professionisti. Ciò è stato favorito dal fatto che, al contempo, i alcuni, molti dei presunti professionisti che abbiamo fatto emergere non contengano in sé mezzo e dico mezzo seme di consapevolezza e professionalità. Dunque, de dovessimo guardare queste cose, consapevolezza, struttura del lavoro, anche teorica, e skills, dovremmo cestinare la metà dei ‘professionisti’ che manteniamo. Il cv non deve servire per scegliere i fotografi in base al pedegree ma ad attestare la solidità dei progetti che si valutano. Una vita dedicata al lavoro di fotografo e di ricerca (contenente tutte queste cose menzionate sopra) non può essere messa alla pari degli avventori, o degli appassionati. Il cv contestualizza i lavori inviati. Non deve privilegiarli.

A questo punto mi viene da pensare che le selezioni siano fatte in modo raffazzonato e si prediligano cv col pedegree per andare sul sicuro dunque i paladini dell’uguaglianza e del ‘contano le foto’ sentono il bisogno di fare i paladini.

Si passa da un’estrema selezione del pedegree ad un’estremo disprezzo per chi lo ha, anche senza peedegree ma comunque ha un cv, onesto da lavoratore dell’arte, paventando che tanto contano le foto e siamo tutti uguali. Ma non siamo uguali nemmeno per niente! E questo non in senso dispregiativo ma proprio qualitativo. Accettare tutti in contesti consoni ad ognuno è inclusivo. Accettare tutti nel senso sopra descritto – è vestito di ecumenismo – ma è divisivo. E’ come mettere sulla stessa pista una Ferrari e un triciclo. Ognuno ha bellezza e dignità proprie ma, come diceva Einstein:

‘Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.’

Quindi, cosa vogliono questi contesti e soprattutto da chi?

Aggiungo questo estratto dalle Lezioni americane di Italo Calvino.

Tra le molte virtù di Chang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni”, disse Chang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto‘.

#3 Riflessioni in chiusura

Questo testo qui sopra indica il lavoro di un’artista che dedica la vita a creare. Non il week end, non il tempo libero, non il tempo della pensione. Ma una persona che sceglie la sua vocazione e ad essa dedica la vita. Il discrimine è questo tra un cv costruito nel tempo della creazione e un ‘cv’ raffazzonato. La pratica e la professionalità richiedono una vita di dedizione. Tant’è che il testo è interessante su un altro punto: all’artista viene dato il necessario per sostentarsi perché così può dedicarsi solo a ciò che sa fare. (Questo deve farci riflettere anche quante volte siamo noi che paghiamo il sistema per lavorare, specie gli amatori pensionati o stipendiati che pagano ‘pur di’). Il punto non è quanto impiega l’artista a realizzare l’opera ma il tempo necessario ad esso per maturare la consapevolezza necessaria. Non l’illuminazione ma quella postura che gli permette di non fallire non appena alza il pennello. E non è che non si deve fallire o non ci piace fallire. Pensate a quanto tempo serve ad un arciere per non sbagliare mai un colpo. Il concetto è quello. E’ il tempo sacro di una vita votata alla propria missione, dove manifestarsi per ciò che si è – e ciò che si fa ne è una conseguenza – è conditio sine qua non per realizzare l’opera. Mi piace molto una lezione del prof. Barbero sui Monaci e i monasteri nel Medioevo. Lì viene spiegato molto bene questo espetto economico. In una società cristianizzata dal primo imperatore all’ultimo lebbroso, i monasteri erano luoghi dove 24h si pregava per le persone. Quindi è per questo che i monasteri hanno iniziato ad avere dipendenti che mantenessero i monaci portando avanti le attività quotidiane e la società ha iniziato a fornirgli ciò di cui avessero bisogno. Perché così i monaci potevano dedicarsi esclusivamente alla preghiera (e allo studio e trascrizione dei libri). La società gli dava ciò che potesse assicurargli di esistere in via perpetua e pregare per essa. E la stessa cosa fu per i Frati Francescani. La società gli ha dato chiese, eremi, tetti. San Francesco rifiutava qualsiasi cosa che non fossero un paio di mutande e una tunica bucata, ma la società – e poi la chiesa – gli ha fornito il sostentamento necessario. 

Ora, pensiamo cosa facciamo noi agli artisti. Per gli ingenui: non pretendo di essere mantenuta, solo perché artista. Ma capite bene, tutti, spero, che tra questo e il mondo in cui versiamo ce ne corre. 

Valeria Pierini

Marzo 2026

Approfondimenti: qui e qui.

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