pensieri

#1

Fotografia e linguaggio.

La prima cosa che faccio quando inizio un corso o un workshop di fotografia è scardinare le vecchie abitudini in merito e ripristinare un linguaggio corretto. Quando le persone chiedono di approfondire la tecnica perché le loro foto non raccontano abbastanza, in realtà, l’80% delle volte, si stanno riferendo alla questione dei contenuti ma non riescono a verbalizzare questo pensiero altrimenti, grande lacuna socio linguistica, questa, e dico socio linguistica proprio intendendo un uso sociale e consolidato di un linguaggio errato, non di certo sto offendendo qualcuno (per i leoni da tastiera). Non è la tecnica che serve per questo, o almeno è solo un mezzo per un fine, per il fine che colma le lacune di foto buone ma non abbastanza ‘belle’ (i discorsi che si aprirebbero qui sul concetto di bellezza o meglio di armonia e composizione, li lascio per un’altra volta). Ecco perché un buon corso di fotografia deve agire per prima cosa sul nostro pensiero creativo incoraggiando le persone a trovare la propria strada e partire dall’uso corretto del linguaggio. è importante perché il linguaggio stesso è fallibilissimo e questa cosa ne è solo una delle prove. Fare un corso di fotografia serve a chiamare le cose con il loro nome perché un pensiero ed un linguaggio confuso generano una comunicazione confusa. Se quindi come pensi parli è altrettanto vero che come pensi fotografi e la tecnica ha la stessa funzione della grammatica e non del contenuto o di quell’aura magica che tutti vorrebbero trasmettere con le proprie foto.

Valeria Pierini

#2

Su ‘scrivere con le immagini’.

Ogni esercizio, così come ogni progetto per un artista, è una questione di problem solving, una battaglia per piegare le costrizioni mentali che ci costruiscono e scavalcare noi stessi attraverso un metodo: quello di base che ognuno usa e quello necessario e attinente ad ogni progetto che facciamo. Ieri lo scopo della lezione era partire da un autore letterario, con una breve analisi del suo universo artistico e geo-culturale che ci aiutasse a conoscerlo, passando per un autore fotografo a questo ‘somigliante’. Tutto questo non per far illustrare i testi letterari ma per prendere ispirazione da essi e fare un passo avanti, sollevandoci dai testi per produrre delle foto non ‘basate su’ ma ‘ispirate a’. l’anno scorso, coprendomi il capo di cenere, portai in classe T. S. Eliot e i libri di antropologia che hanno ispirato la sua poesia senza fondo. quest’anno non volevo ripetermi. Anziché scegliere autori che parlassero di quotidiano e di cose all’apparenza insignificanti e all’apparenza ed alla portata fotografica di tutti, se così si può dire, (Carver, Szimborska, Larkin, Egglestone, Shore, sono i match che vanno per la maggiore), ho scelto due autori esponenti della letteratura fantastica. Julio Cortázar e Norberto Luis Romero perché dietro l’apparente difficoltà di capire e produrre qualcosa di fantastico, credo che si celi proprio il quid della creatività: il fantastico rompe le maglie della realtà in modo inaspettato ma come se fosse una cosa normale. Il fantastico fa diventare normale vomitare coniglietti e farfalle. È questo il segreto del tenere un diario e fare arte: sentirsi liberi di accostare cose lontane strampalate e divergenti dal buon senso comune e renderle narrazione coerente e contenente un’idea. Perché il potenziale della fotografia non è che con essa puoi fotografare la realtà, ma le idee, rendendole come se fossero reali. Cosa non utile a farci diventare tutti fotografi ma utile nella vita, ad essere creativi e creatori, nonché socialmente efficiente ad aiutarci a distinguere un testo/immagine di un autore da quelli di nostra nonna (altro problema socio culturale). Se c’è uno scopo dei corsi di fotografia, a mio avviso, è questo.

Valeria Pierini

#3

Ancora su ‘scrivere con le immagini’.

Ieri la prima parte della lezione è stata dedicata alla condivisione degli elaborati assegnati: realizzare minimo 3 foto ispirate rispettivamente ad un racconto di Julio Cortazar e ad un racconto di Norberto Luis Romero. I lavori realizzati sono strabilianti: farfalle di carta, farfalle proiettate alle pareti e fotografate, coniglietti che dormono sui servizi da tè, il tutto senza essere didascalici. In tre foto è difficile dipanare un racconto, lo scopo dell’esercizio, infatti era sollevarsi dalla realtà e congelare in 3 immagini il mood dei racconti assegnati. Come rompere le righe della monotonia? e se si usasse il disegno? E se si usasse la found photography? Quanto possiamo spingerci oltre per realizzare le nostre idee? Tra i feedback ricevuti: ‘non immaginavo che potessero esserci tutte queste connessioni tra le cose, né queste analogie tra la scrittura e la fotografia’; ‘mi è scattato qualcosa, adesso riesco a ritagliarmi del tempo per dedicarmi alle foto. Mi è sembrato di trovarmi ‘nell’attimo fuggente”. Se un corso di fotografia deve aiutarci ad essere creativi ed è auspicabile che rompa le pieghe del tempo lineare facendoci drizzare le antenne per essere ricettivi e portatori di nuovi significati all’interno della vita di tutti i giorni, direi che lo scopo, in questa sede, è stato pienamente raggiunto.

Valeria Pierini

#4

Scrivere con le immagini. Corso di fotografia e scrittura sta andando benissimo.

Dopo aver già visto alcuni fotografi che lavorano con la scrittura, durante i precedenti incontri, la scorsa lezione ho parlato di alcuni miei progetti che lavorano con entrambi i medium. Ho rinunciato alle slide ed ho portato in classe i miei diari e quaderni d’artista, alcuni realizzati agli esordi, altri più recenti,ma che coprissero tutta il mio percorso artistico.

L’intenzione era far vedere alla classe alcuni modi di lavorare con la scrittura: a volte questa si manifesta attraverso la partecipazione di terze persone nei progetti, altre volte la scrittura assume un tono diaristico o documentario, altre volte sono i titoli a scandire un lavoro, altre ancora la scrittura diventa sceneggiatura o didascalia delle #foto ma mai è usata o interpretata in modo letterale. Ogni opera è data dalla somma di testi e immagini ed ognuno è parte integrante del tutto.

Oltre che a parlare di ciò che conosco meglio, questa modalità, mi ha permesso di introdurre, con ancora più ‘prepotenza’, dopo ovviamente una lezione specifcatamente dedicata alla progettualità, il concetto di ‘metodo di lavoro’, che poi, in base ad ogni specifico progetto, assume delle procedure specifiche.

Lo scopo è iniziare, attraverso gli assegnati, a lavorare sul progetto finale. Ogni iscritto ha ricevuto una mia foto come partenza visiva: cosa ti suggerisce questa immagine? un mood visivo, oppure ti suggerisce un verso di una poesia, ti fa pensare ad un film o ad una tematica? Ebbene, vai di brainstorming e inizia a strutturare l’idea per il progetto, il quale deve seguire uno dei modi, studiati insieme, di usare la scrittura e le immagini. Oggi, con idee scritte e provini alla mano, in classe, procederemo a finalizzare le idee attraverso la consultazione diretta di libri e ricerche in rete.

Valeria Pierini

#5

Fotografia e diario

Oggi lezione dedicata ad alcuni esempi relativi alle narrazioni contemporanee con un piccolo approfondimento sulle possibili tipologie di diario che possiamo tenere (la pandemia non c’entra nulla). Che me ne faccio del diario? Ormai ho il mio stile fotografico, ormai lavoro solo su progetti ben definiti.

Quando ci formiamo alla pratica artistico/progettuale a noi più affine, quando capiamo che si può fare molto con le foto che posseggono un’idea di fondo, il rischio è che eliminiamo qualsiasi occasione di fare foto che non sia finalizzata alla nostra progettualità. Questo può diventare un rischio, quello di accartocciarci sulle nostre convinzioni, sul nostro fare arte, e sulla nostra pigrizia.

Questo fatto non riguarda il dimenticarsi di come si fanno le foto, è come andare in bici, puoi solo migliorare ma disimparare no, quello non succede.

Una cosa buona per aiutarci a migliorare e per non farci troppo arrovellare appresso alle nostre idee è quella di ossigenare la nostra creatività attraverso l’uso del diario.

Non un diario dove seguiamo il percorso progettuale, ma un diario dove annotiamo pensieri/riflessioni, scatti di qualsiasi tipo siano.

Possiamo darci delle regole oppure no, possiamo darci un tempo entro cui lavorare, l’importante è tenere viva la giocosità e soprattutto non dimenticarsi mai che, sebbene la fotografia sia tra le ultime fasi del processo di produzione di un progetto, è comunque metà della storia, perché il nostro fare arte comunque si manifesta attraverso le fotografie, anche se le usiamo insieme alla scrittura, anche se le usiamo nei modi più disparati.

Concediamoci di scattare foto per puro divertimento, per pura osservazione, per gioco, diletto, per memorizzare.

Quando le cose diventano trappole non vanno più bene ed ogni creativo deve darsi un tanto di disciplina quanto un tanto di indulgenza.

Abbiamo individuato tre possibili diari (non siamo stati esaustivi di proposito):

1. Scrivere e poi fotografare in merito a quanto si è scritto;

2. fotografare e scrivere in merito a quanto si è fotografato:

quanto siamo didascalici? quanto riusciamo a lavorare d’istinto?

3. Fotografare e successivamente scrivere a riguardo di ciò che si è fotografato. Cosa ci viene in mente riguardando foto fatte tempo fa? Come osserviamo le foto fatte per il gusto di farle? Che riflessioni ci vengono in mente rispetto al nostro lavoro?

Tutti questi esercizi possono essere prolifici e forieri di idee o essere loro stessi, riguardandoli, dei progetti specifici, ma la cosa importante è alimentare, allenare e tenere viva quella via di comunicazione tra il noi e il nostro interno.

Magari diventeremo più bravi e autonomi nello scegliere le foto e a capire quando un lavoro è finito.

Sicuramente terremo ‘traccia del nostro passaggio’ del nostro fare arte che fa sempre rima con quello che siamo.

Valeria Pierini​

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