pensieri

#9

ANTROPOCENE E FOTOGRAFIA

Se in primavera, nella postfazione di ‘PAN – uno studio sull’isolamento’, auspicavo che il mondo fotografico si svegliasse, adesso posso tranquillamente affermare che quanto predetto si è avverato.
Si è avverato con un’aggravante, però: non solo la fotografia sta replicando se stessa, as usual, ma da qualche mese a questa parte ha iniziato a pontificare sul ‘raccontare una pandemia, un virus, l’invisibile’.
Alcuni hanno messo insieme (per lo più a gratis, nel mondo on line) una schiera di lavori sulla pandemia che mediamente visto uno visti tutti, dove alcuni dei pochi lavori trasversali sembrano cuciti pari pari con le istruzioni lette su un manuale del giovane artista fotografo o meglio, post fotografo. Inizialmente è stata una prerogativa di pochi. Una prerogativa di chi ha investito soldi e autori, anche in modo pionieristico, visto il periodo. C’è dunque da fare grandi narrazioni che implicano anche il fare cultura in una veste nuova, in piena emergenza e, giustamente, da vantarsi di esserci riusciti. E fanno bene a parlare del ‘COME’ perché è paradigmatico e il futuro è adesso, almeno secondo il detto.
Con l’avvento dell’autunno i cloni sono inevitabilmente spuntati: adesso, improvvisamente, tutti hanno istruzioni ed esperienze da raccontare e di cui vantarsi su come fotografare l’invisibile.
E le fate di Sir. Arthur Conan Doyle e lo storytelling immaginifico muti.

Se quello di usare l’inventiva come sfida a fotografare qualcosa che non si vede (un virus, le emozioni da lockdown) era la prima cosa da fare per cercare di produrre qualcosa in piena pandemia, primo evento inaudito della nostra epoca, cercando di staccarsi dalla mera rappresentazione della realtà, una conditio sine qua non necessaria ad indagare davvero ciò che ci stava investendo in ogni aspetto della vita, è anche vero che questo urlare al come si fa, sembra davvero ingenuo.
Ma davvero siamo ancora ridotti a doverci stupire nel raccontare qualcosa che non si vede?
Ma nella vita normale che cosa fate con la macchina fotografica? Le foto tessere?
Questo è un sintomo molto preoccupante di come affrontiamo la fotografia. E del ruolo che riveste il concetto di immaginario, non solo in fotografia, ma nella nostra vita. Rileggere la postfazione di PAN – uno studio sull’isolamento per credere.
E’ la capacità immaginifica che ha condotto i Sapiens fino a qui e l’abbiamo sotterrata, quasi uccisa, con valanghe di senso comune, di photography correct e di imitazioni ben fatte degli originali.
C’è ancora tanta fatica nel comprendere che la fiction fa parte di questo mondo (molto più di quanto crediamo) che il potere della fiction prende per mano la capacità innata di raccontare storie. E la seconda cosa molto povera è pensare ancora al binomio fotografia-verità, fotografo ciò che si vede. Una poracciata, totalmente errata, una bestemmia quando spacciata per il Santo Graal.

Il punto non è solo disquisire su cose abbastanza ovvie per chi è (o dovrebbe) essere del mestiere, cioè le potenzialità dell’invisibile, ma il fatto che in pochi, talmente pochi che non fanno rumore, cercano di mettere queste narrazioni e queste presunte capacità di fotografare l’invisibile all’interno di un sistema più ampio che potremmo chiamare Antropocene.
Ciò riguarda poco parlare della fotografia al tempo della pandemia, o meglio non è solo questo, è parlare dei linguaggi del fotografico, adesso, durante il collasso dei saperi (anche fotografici), di rapportarli in un prima e un dopo; ed è anche parlare del sistema-fotografia che la pandemia, da brava Pandora, ha finalmente, mi sento di dirlo, scoperchiato. ‘Il re è nudo’, ma nessuno lo nota, aggiungo io.
E non lo vede nessuno perché altrimenti nessuno non riesce a replicare se stesso. E’ una questione di sopravvivenza anche in questo caso, come in tutti i casi toccati da Pandora.
Chi è nessuno?

Un sistema pigro, classista, elitario, accondiscendente, dove contano i soliti noti e gli ‘indipendenti’ proseguono a suon di ‘prima gli altri, io mi accodo’, dove i concorsi (per fare un esempio su tutti gli ambiti del sistema-fotografia) più che dei filtri sono dei buttafuori che controllano il cv-code e se sei Peppe Della Bassa non ti filano proprio, a costo di ri-selezionare vecchi partecipanti o far vincere nomi talmente importanti che chissà che bisogno avevano del premio. Per fare tutto questo, basterebbe evolvere il sistema concorsi-filtro, oppure basterebbe anche che questi filtri, invece che far passare gli ormai soliti noti, si armassero di coraggio e selezionassero Peppe Della Bassa.
Per la legge dei grandi numeri, oltre i soliti noti selezionati tra i candidati, deve esserci per forza un Peppe della bassa, di talento ma senza amici.

Cosa centra tutto questo con l’Antropocene?
Tutto questo E’ l’Antropocene, in cui abbiamo vissuto fino a prima di Pandora e in cui stiamo vivendo ora, sebbene vacilli tutto.
E lo sforzo da fare non è solo quello di raccontare Pandora e di atteggiarsi da vincitori, ma di riflettere sulla fotografia che facciamo e sul sistema etico e socio-economico in cui si muove la fotografia. In primavera era un grande proposito.
E’ riflettere con responsabilità etica e socio-economica di che cosa possiamo fare ANCHE per tutti i Peppe Della Bassa e badate bene, i primi a dover riflettere in questo senso, non sono i filtri di ingresso, ma proprio i Peppe Della Bassa.
C’è da adoperare un’operazione creativa ed intellettuale volta ad immaginare che tipo di fotografia vogliamo produrre.
L’operazione è semplice: se Pandora ci ha mostrato i limiti del sistema mondo, senza esclusione di colpi, in un’operazione che ha davvero un senso di equità mai visto perché nessuno ne è escluso, allora ci ha mostrato anche i limiti che come fotografi abbiamo: reiteriamo costantemente la fotografia della confort zone e anche qui chi deve riflettere è sempre un Peppe, un Peppe photography correct ma sempre un Peppe, perché nessuno lo farà per lui, tanto meno un filtro qualsiasi.

Mi permetto di elargire un consiglio: per fare fotografia bisogna studiare (storia dell’arte, analisi dell’immagine e chi più ne ha ne metta), ormai lo dice anche il panettiere, io aggiungo di non studiare solo cose attinenti alla fotografia, consiglio di frequentare la saggistica letteraria, l’antropologia e la scienza. L’ibridazione che consigliano ai fotografi, cioè di mescolare la fotografia con altri linguaggi è solo un giochino estetico se non siete ibridi voi, come fotografi-artisti. Se c’è una chance salvifica in questo periodo storico è quella del pensiero-visione-azione laterale.

Oltre che riflettere sul sistema fotografia e sulla fotografia da produrre nel futuro, appurato, una volta per tutte, che ‘dovevamo uscirne migliori’ ma la fotografia non ne è proprio uscita, c’è da riflettere su una cosa: conoscere e usare le immagini è un diritto di tutti.
E mai come nell’Antropocene c’è bisogno di alfabetizzare all’uso e consumo consapevole di immagini. Chi si occupa di formazione dopo che Pandora è arrivata, deve far bene i suoi conti.
Cosa vogliamo insegnare alle persone? Quali esempi vogliamo dare sul senso delle immagini, il loro uso e consumo? Se conoscere per immagini e pensare per storie è una prerogativa dei Sapiens, già capiamo che formare all’uso e consumo di immagini è anch’essa una prerogativa educativa (totalmente disattesa). Questa è gravata dai Social, che ci hanno scoperti come ‘legioni di imbecilli’ ad usare e consumare immagini e testi facendo emergere la nuova specie ‘analfabeticus funzionalis’.
Adesso c’è Pandora e l’asino è proprio caduto!
l’Antropocene ci ha regalato Pandora che ci porta a riflettere sia sulla struttura del sistema-fotografia, sia sulla ‘fotografia pandemica’. E se la domanda è che cosa vogliamo DOPO, a livello formativo, è auspicabile che ci si chieda che COSA lasciare alle persone che ci chiedono lezioni di fotografia, corsi, master e quant’altro?
Se alfabetizzare alle immagini e allenare alla creatività dovrebbe essere la base di un qualsiasi corso di fotografia amatoriale, che cosa aggiunge il collasso dei saperi alla nostra didattica? E non è solo una questione di lavorare da remoto, fare le foto in casa, di fotografare l’invisibile, ma di quali argomenti e quali autori far conoscere per ‘preparare’ creatori e fruitori di immagini del domani.
Perché il senso di educare alla fotografia e alle immagini non riguarda solo i futuri fotografi. Ma riguarda sopratutto le persone comuni perché il grande potenziale non sta nella fotografia che si inventa altri modi, uguali a sempre, ma sta nella fotografia che esce da se stessa, il fotografo che esce da se stesso per iniziare un discorso sull’uomo ma senza l’uomo, sta nell’ibridazione dei contenuti, nel riscoprire e usare il potere del mito. Parlare dell’uomo fotografando l’uomo forse, non serve più, perché siamo al collasso, in un paradigma diverso dove quello che valeva 6 mesi fa non vale più.
Alfabetizzare alle immagini, che siano immagini d’arte o di comunicazione, significa far fare agli altri un’esperienza creativa ma anche formativa.

Chi lo sa che da questa cosa non nascano dei piccoli collezionisti, dei nuovi visitatori di musei, di mostre e gallerie che fino ad ora, sono appannaggio di una ristretta elite tutt’ora troppo spesso relegata in un iperuranio scintillante?
La dico meglio, chi lo sa che da questa cosa non nascano cittadini consapevoli e curiosi, socialmente ed economicamente vantaggiosi per il sistema?
Eccolo il ruolo che incuriosisce: non verticale (la foto al muro o il fotografo che la spiega, osannato da adepti che non saranno mai come lui) ma orizzontale, una fotografia che passa di mano in mano e il fotografo un worldbuilder armato di mostri, sogni, e cosmogonie* non pandemiche, didascaliche e uguali a sempre ma funzioni narrative e simboliche, mitopoietiche, che contribuiscano alla creazione e al racconto dell’Antropocene ma capaci di guardare oltre la soglia dell’umano.
Valeria Pierini

*Antropocene fantastico, Matteo Meschiari, Armillaria edizioni.
Ph.: Le fate di Cottingley.

#8

Oggi è la #giornatamondialedellafotografia, la giornata in cui si celebra l’invenzione del dagherrotipo, ovvero del primo procedimento che cattura la realtà attraverso la luce. A tal proposito ci siamo posti qualche riflessione. Se curiosiamo in rete, molti articoli che cercano di celebrare la fotografia ci parlano del potere di contribuire alla #memoria della stessa, o di come ‘grazie alla pandemia ‘la fotografia si sia riscattata, diventando un mezzo prepotente per raccontare il presente’, come se fino a febbraio 2020 fosse relegata in un angolo. Tutte cose vere ma parzialmente vere, secondo noi.

1. Tecnicamente la fotografia è l’arte di ottenere immagini attraverso la luce. Pertanto oggi è la giornata di tutti i procedimenti figli di questa tecnica. (Altrimenti facciamo solo la festa del dagherrotipo.)

2. Pertanto, il discorso che associa la fotografia al racconto o alla capacità di tenere memoria è solo una parte delle cose che la fotografia permette, è un investimento di senso socialmente condiviso e anche sacrosanto, ma non è l’unica declinazione del fotografico, come anche quella narrativa: da qualche anno si parla tanto di storytelling visual narrative e cose varie: tutti discorsi vecchi quanto l’uomo, vedere le pitture parietali e leggere l’Iliade per credere (per dare una botta alle immagini e una alle parole).

3. Forse senza la fotografia #internet non sarebbe così preponderante nelle nostre vite. I social non avrebbero la loro forza e molte persone si troverebbero hobby diversi (consigliamo qualsiasi testo di Joan Fontcuberta per credere). La fotografia racconta la realtà da quando è nata, da quando qualcuno, già a fine ‘800 l’ha investita di questo compito, leggendone una potenzialità in questo senso, proprio perché l’oggetto della fotografia è la realtà. Una verità che ha causato un grande fraintendimento associandole anche l’annoso compito di dire la verità. A forza di coraggiosi eroi filosofi e fotografi, siamo riusciti ad affermare (nel senso di dire, non nel senso di eliminare del tutto una falsa credenza, falsa nel senso più scientifico del termine, non tanto come opinione comune) a chiare lettere che la fotografia, forse, se è strumento di qualcosa, è strumento di menzogna. Un’esasperazione, questa, che però ci serve a ribadire che la fotografia non è imparziale, da nessun punto di vista.

4. Tornando ai discorsi sul #worldphotographyday e la pandemia: il fatto che il virus sia invisibile ha portato molti a dire che la vicenda contemporanea è infotografabile. Partiamo da un presupposto molto basico: un virus si vede e fotografa al microscopio (erede della fotografia e della scienza ottica) quindi di base questa affermazione è già sbagliata. Certo, opportunità non accessibile a tutti, ma comunque realizzabile. Altri, invece che farsi atterrire da questo fatto, hanno raccontato la vicenda da molteplici punti di vista: come fotografo/racconto qualcosa che non si vede? Attraverso la rappresentazione indiretta, come fanno ad esempio gli astronomi, che catturano immagini del cosmo in modo indiretto (altra applicazione del fotografico), loro lo fanno in modo ‘scientifico’ attraverso raccolte di dati matematici ai quali gli fanno corrispondere delle immagini. Al di là della #scienza, chi usa la fotografia per raccontare in modo indiretto un virus o qualsiasi altra cosa ‘che non si vede’ è ovvio che non lo faccia in maniera scientifica o didascalica, piuttosto, spesso in modo poetico (usiamo ‘poetico’ per cercare di intendere il senso di astrazione tipico della poesia, attraverso il quale ci si stacca dalla mera realtà per dire cose importanti in modo creativo, attraverso figure retoriche, e immaginazione, ovvero usando modi creativi). Altrimenti se assumessimo che qualcosa che non si vede non possiamo fotografarlo e raccontarlo, dovremmo buttare nel cesso (scusate l’espressione) anni e anni di ricerche e opere del tutto valide. Nemmeno le emozioni sono proprio visibili, se ci pensiamo, ma pensate ai fior fiori di lavori dedicati alla depressione! (abbiamo riempito moltissimi festival di fotografia con bellissimi reportage riguardanti malattie o stati emozionali/mentali). Se usassimo questo assunto del vedo = fotografo anche per le parole (ovvero vedo = racconto), la nostra lingua e la nostra letteratura, oltre che la nostra fotografia, sarebbero a dir poco primitive. E’ grazie alle immagini e all’immaginazione che oggi siamo a questo punto: sociale, culturale, tecnico scientifico, in sostanza evoluti. Pensiero, memoria e capacità immaginifica ci permettono di vedere immagini e produrne altrettante, a volte, pescandole dal mare magnum del già prodotto, promuovendo una sorta di ecologia delle immagini. Secondo J. T. Mitchell le immagini sono tutte le immagini, virtuali, mentali, sono tutte quelle immagini non dotate di supporto fisico (che chiama ‘picture’). In questo marasma anche le fotografie sono ‘immagini’ o ‘picture’ ed è qualcosa che ha di molto a che fare con i nostri processi cognitivi e socio-culturali. Sarebbe bello, durante questa giornata, celebrare tutte le forme di fotografia o nessuna, senza fare discorsi da romanzetto rosa, pseudo romantici sulla verità, sulla cattura di un attimo, evitando anche di far pendere gli articoli che scriviamo da una parte (dicendo cose anche errate per la gioia di quello o l’altro fotografo o per aumentare le visualizzazioni dei tag #covid per la testata del giornale tal dei tali). La fotografia raccontava anche prima dell’epidemia ma forse non tutti quelli che ci badano ora ci badavano (sicuro il coronavirus ha fornito i giornali di un mare di fotografie da usare gratis grazie ai molti fotografi che le concedono gratis. Ma chiudiamo subito questa parentesi per non andare troppo oltre.) Un giornalismo pigro questo, tendenzioso ed errato.

5. La fotografia si fa grazie alla luce riflessa dalle cose del mondo, quindi possiamo associare al buio la mancanza di fotografie, l’impossibilità di farne. Consideriamo il bianco la riflessione di tutti i colori e il nero la cattura di tutti i colori. Consideriamo essenziale la luce per fare fotografie, il buio lo demoniziamo. Ma se considerassimo il buio non come l’assenza di luce ma come coesistenza di tutta la gamma delle radiazioni, esattamente come spieghiamo il colore nero? Come rendere omaggio all’invenzione che continua a condizionarci la vita, in vari modi, quale tipo di fotografia scegliere per farlo? Ce ne sarebbe una che prevale sulle altre, e sarebbe sempre parziale. Ebbene, noi abbiamo scattato una foto nera, immaginandoci che comprenda tutte le forme di fotografia, tutte le fotografie perché non ci sia una forma prediletta ma tutte le forme fotografiche siano in egual misura considerate, cosa socialmente utile, vista l’invasione delle immagini/fotografie alla quale siamo sottoposti, e verso la quale non ci rendiamo conto, ma abbiamo un gran bisogno di essere educati, cosa che non è peccato mortale ma un doveroso simbolo di progresso.

Valeria Pierini

#7

Abbiamo terminato il nostro corso di fotografia e letteratura e lo abbiamo fatto guardando le foto  di Edward Burtynsky. Cosa c’entra il suo lavoro sull’antropocene e la sua fotografia di paesaggio, a tratti di stampo pittorialista, con un corso simile? Perché guardare foto che sembrano opere di pittura astratta e perché fare lavori documentari attraverso questo tipo di fotografia? Che senso ha?
E’ presto detto, ci siamo salutati parlando (ancora) del potere dell’ immaginazione e del suo uso necessario in questo momento storico di collassso degli ecosistemi, anche dei saperi.
E cosa abbiamo fatto, in questo corso, se non parlare di come attraverso l’immaginazione, artisti delle epoche più disparate, abbiano inventato, spiegato, e colonizzato mondi, reali e del pensiero?
E in questo momento in cui sembriamo, piuttosto, impegnati a immaginare come distruggere il pianeta, i suoi ecosistemi e i suoi saperi, secondo noi, l’immaginazione serve a questo, a invertire questa tendenza, non prima di esserne diventati consapevoli.
E il primo passo è condividere i saperi, convinti che la fotografia sia un grandissimo strumento antropologico, anche quella d’arte.

Valeria Pierini

#6

Scrivere una lezione e il relativo materiale da dare agli iscritti me lo immagino come un viaggio in un ‘warmhole’: so solo che devo attraversare uno spazio tempo di cui ho vaghe coordinate (i temi, gli autori da affrontare) ma che di fatto non so bene dove mi porterà. Per me scrivere una lezione è anzitutto un aiuto al mio senso di scoperta, non c’è una fotografa slegata dall’insegnante, per me è la stessa cosa, penso che faccia parte del mio senso di umanità, perché non sono altra persona né rispetto la fotografa, né rispetto l’insegnante. Posso tranquillamente dire che i miei progressi di insegnante vanno di pari passo con la mia crescita e i saperi che assimilo vengono masticati e restituiti agli altri. Insegnare è condividere le esperienze, rendere qualche forma di sapere ad uso e consumo degli altri, si è come una piccola porta di accesso. La prima questione da affrontare con un tema così altisonante, per non dire blasonato – ma ormai, cosa non lo è? – è un discorso di definizioni: di cosa stiamo parlando? Non si parla di fotografia, non si parla di letteratura e di già basterebbe partire definendo l’una e l’altra, entrambi, due cose che dipendono fortemente dall’uso che se ne fa, quindi potremmo quasi dire che non esistono. Va fatto anche il conto con il presunto carico di aspettative, forse romantiche e romanzate, da parte degli iscritti ad un corso del genere. Il primo pensiero che si fa, come a volte avviene anche maneggiando il tanto vituperato storytelling, è quello di pensare un approccio tra il testo e le immagini. In entrambi i casi, si pensa che si risolve la questione facendo fare le foto relativamente a dei testi letterari o di una vaga autorialità. La questione è complessa e credo sia doveroso affrontarla anche in punti che travalicano il mero compitino. Come artista la mia più grande fonte di informazioni non è la fotografia e non è tanto la letteratura intesa come produzione artistica, quanto la critica letteraria, la saggistica, ovvero la letteratura riguardo determinati argomenti (la seconda definizione che il vocabolario dà alla voce letteratura). Il motivo è semplice: cerco di andare all’osso delle cose, è lì che trovo i nodi della rete. La stessa cosa accade alla me insegnante, avvalorata dal fatto che di lasciare dei compitini mi sembra depauperante il mio lavoro e poco rispettoso verso chi a me si rivolge. Dare degli spunti, dei piccoli punti fermi (?) da cui partire per unire, ognuno i propri puntini, e non solo realizzare i propri ‘storytelling’ ma incasellare le cose, avere un’idea. Il campo della letteratura e fotografia è vasto e vago, vale quindi la pena partire dalle definizioni, e dalle forme di interazione tra queste due. Non si tratta di citare Baudleaire che disse peste e corna della fotografia, né di citare Valery (terribilmente attuale) o Zola. Si tratta di capire cosa la fotografia è andata a toccare delle cose che appartenevano alla scrittura. Perché se Man Ray diceva che grazie alla fotografia gli artisti sono stati per la prima volta liberi dal gioco della rappresentazione della realtà, allo stesso modo la scrittura ha fatto i conti con la nuova arrivata: ne ha fatto il soggetto delle sue produzioni, ne ha assimilato il ritmo (noi pensiamo sempre alla differenza tra cinema e fotografia, poche volte pensiamo alla scrittura ed alla fotografia), tutte cose che hanno fatto evolvere la scrittura, intesa come produzione letteraria. Dal punto di vista semiotico, possiamo trovare molti punti simili tra le due e se andiamo un po’ più a fondo arriviamo al concetto di narratività che è legato a quello di identità e arriviamo alle caverne con le pitture rupestri che hanno preceduto la scrittura: ‘conosciamo per immagini e pensiamo per storie’, il bisogno di narrare forgia l’umanità. Il rapporto tra scrittura e fotografia ci mette ancora una volta davanti al concetto di tempo e durata caro a Bergson, e alla morte. Scoperte e bisogni, questi, che non solo hanno lavorato su questi due modi comunicativi ma su un terzo che è la narrative art. Maneggiare questi temi a cui la letteratura e la fotografia ci aprono è maneggiare la storia umana: identità, condivisione, tempo e morte. Tutte tematiche che le due forme di produzione ci restituiscono, di continuo. E’ come lavorare con i simboli e gli archetipi: è, ancora una volta, una questione di umanità.
Valeria Pierini

***

#5

Fotografia e diario

Oggi lezione dedicata ad alcuni esempi relativi alle narrazioni contemporanee con un piccolo approfondimento sulle possibili tipologie di diario che possiamo tenere (la pandemia non c’entra nulla). Che me ne faccio del diario? Ormai ho il mio stile fotografico, ormai lavoro solo su progetti ben definiti.

Quando ci formiamo alla pratica artistico/progettuale a noi più affine, quando capiamo che si può fare molto con le foto che posseggono un’idea di fondo, il rischio è che eliminiamo qualsiasi occasione di fare foto che non sia finalizzata alla nostra progettualità. Questo può diventare un rischio, quello di accartocciarci sulle nostre convinzioni, sul nostro fare arte, e sulla nostra pigrizia.

Questo fatto non riguarda il dimenticarsi di come si fanno le foto, è come andare in bici, puoi solo migliorare ma disimparare no, quello non succede.

Una cosa buona per aiutarci a migliorare e per non farci troppo arrovellare appresso alle nostre idee è quella di ossigenare la nostra creatività attraverso l’uso del diario.

Non un diario dove seguiamo il percorso progettuale, ma un diario dove annotiamo pensieri/riflessioni, scatti di qualsiasi tipo siano.

Possiamo darci delle regole oppure no, possiamo darci un tempo entro cui lavorare, l’importante è tenere viva la giocosità e soprattutto non dimenticarsi mai che, sebbene la fotografia sia tra le ultime fasi del processo di produzione di un progetto, è comunque metà della storia, perché il nostro fare arte comunque si manifesta attraverso le fotografie, anche se le usiamo insieme alla scrittura, anche se le usiamo nei modi più disparati.

Concediamoci di scattare foto per puro divertimento, per pura osservazione, per gioco, diletto, per memorizzare.

Quando le cose diventano trappole non vanno più bene ed ogni creativo deve darsi un tanto di disciplina quanto un tanto di indulgenza.

Abbiamo individuato tre possibili diari (non siamo stati esaustivi di proposito):

1. Scrivere e poi fotografare in merito a quanto si è scritto;

2. fotografare e scrivere in merito a quanto si è fotografato:

quanto siamo didascalici? quanto riusciamo a lavorare d’istinto?

3. Fotografare e successivamente scrivere a riguardo di ciò che si è fotografato. Cosa ci viene in mente riguardando foto fatte tempo fa? Come osserviamo le foto fatte per il gusto di farle? Che riflessioni ci vengono in mente rispetto al nostro lavoro?

Tutti questi esercizi possono essere prolifici e forieri di idee o essere loro stessi, riguardandoli, dei progetti specifici, ma la cosa importante è alimentare, allenare e tenere viva quella via di comunicazione tra il noi e il nostro interno.

Magari diventeremo più bravi e autonomi nello scegliere le foto e a capire quando un lavoro è finito.

Sicuramente terremo ‘traccia del nostro passaggio’ del nostro fare arte che fa sempre rima con quello che siamo.

Valeria Pierini​

#4

Scrivere con le immagini. Corso di fotografia e scrittura sta andando benissimo.

Dopo aver già visto alcuni fotografi che lavorano con la scrittura, durante i precedenti incontri, la scorsa lezione ho parlato di alcuni miei progetti che lavorano con entrambi i medium. Ho rinunciato alle slide ed ho portato in classe i miei diari e quaderni d’artista, alcuni realizzati agli esordi, altri più recenti,ma che coprissero tutta il mio percorso artistico.

L’intenzione era far vedere alla classe alcuni modi di lavorare con la scrittura: a volte questa si manifesta attraverso la partecipazione di terze persone nei progetti, altre volte la scrittura assume un tono diaristico o documentario, altre volte sono i titoli a scandire un lavoro, altre ancora la scrittura diventa sceneggiatura o didascalia delle #foto ma mai è usata o interpretata in modo letterale. Ogni opera è data dalla somma di testi e immagini ed ognuno è parte integrante del tutto.

Oltre che a parlare di ciò che conosco meglio, questa modalità, mi ha permesso di introdurre, con ancora più ‘prepotenza’, dopo ovviamente una lezione specifcatamente dedicata alla progettualità, il concetto di ‘metodo di lavoro’, che poi, in base ad ogni specifico progetto, assume delle procedure specifiche.

Lo scopo è iniziare, attraverso gli assegnati, a lavorare sul progetto finale. Ogni iscritto ha ricevuto una mia foto come partenza visiva: cosa ti suggerisce questa immagine? un mood visivo, oppure ti suggerisce un verso di una poesia, ti fa pensare ad un film o ad una tematica? Ebbene, vai di brainstorming e inizia a strutturare l’idea per il progetto, il quale deve seguire uno dei modi, studiati insieme, di usare la scrittura e le immagini. Oggi, con idee scritte e provini alla mano, in classe, procederemo a finalizzare le idee attraverso la consultazione diretta di libri e ricerche in rete.

Valeria Pierini

#3

Ancora su ‘scrivere con le immagini’.

Ieri la prima parte della lezione è stata dedicata alla condivisione degli elaborati assegnati: realizzare minimo 3 foto ispirate rispettivamente ad un racconto di Julio Cortazar e ad un racconto di Norberto Luis Romero. I lavori realizzati sono strabilianti: farfalle di carta, farfalle proiettate alle pareti e fotografate, coniglietti che dormono sui servizi da tè, il tutto senza essere didascalici. In tre foto è difficile dipanare un racconto, lo scopo dell’esercizio, infatti era sollevarsi dalla realtà e congelare in 3 immagini il mood dei racconti assegnati. Come rompere le righe della monotonia? e se si usasse il disegno? E se si usasse la found photography? Quanto possiamo spingerci oltre per realizzare le nostre idee? Tra i feedback ricevuti: ‘non immaginavo che potessero esserci tutte queste connessioni tra le cose, né queste analogie tra la scrittura e la fotografia’; ‘mi è scattato qualcosa, adesso riesco a ritagliarmi del tempo per dedicarmi alle foto. Mi è sembrato di trovarmi ‘nell’attimo fuggente”. Se un corso di fotografia deve aiutarci ad essere creativi ed è auspicabile che rompa le pieghe del tempo lineare facendoci drizzare le antenne per essere ricettivi e portatori di nuovi significati all’interno della vita di tutti i giorni, direi che lo scopo, in questa sede, è stato pienamente raggiunto.

Valeria Pierini

#2

Su ‘scrivere con le immagini’.

Ogni esercizio, così come ogni progetto per un artista, è una questione di problem solving, una battaglia per piegare le costrizioni mentali che ci costruiscono e scavalcare noi stessi attraverso un metodo: quello di base che ognuno usa e quello necessario e attinente ad ogni progetto che facciamo. Ieri lo scopo della lezione era partire da un autore letterario, con una breve analisi del suo universo artistico e geo-culturale che ci aiutasse a conoscerlo, passando per un autore fotografo a questo ‘somigliante’. Tutto questo non per far illustrare i testi letterari ma per prendere ispirazione da essi e fare un passo avanti, sollevandoci dai testi per produrre delle foto non ‘basate su’ ma ‘ispirate a’. l’anno scorso, coprendomi il capo di cenere, portai in classe T. S. Eliot e i libri di antropologia che hanno ispirato la sua poesia senza fondo. quest’anno non volevo ripetermi. Anziché scegliere autori che parlassero di quotidiano e di cose all’apparenza insignificanti e all’apparenza ed alla portata fotografica di tutti, se così si può dire, (Carver, Szimborska, Larkin, Egglestone, Shore, sono i match che vanno per la maggiore), ho scelto due autori esponenti della letteratura fantastica. Julio Cortázar e Norberto Luis Romero perché dietro l’apparente difficoltà di capire e produrre qualcosa di fantastico, credo che si celi proprio il quid della creatività: il fantastico rompe le maglie della realtà in modo inaspettato ma come se fosse una cosa normale. Il fantastico fa diventare normale vomitare coniglietti e farfalle. È questo il segreto del tenere un diario e fare arte: sentirsi liberi di accostare cose lontane strampalate e divergenti dal buon senso comune e renderle narrazione coerente e contenente un’idea. Perché il potenziale della fotografia non è che con essa puoi fotografare la realtà, ma le idee, rendendole come se fossero reali. Cosa non utile a farci diventare tutti fotografi ma utile nella vita, ad essere creativi e creatori, nonché socialmente efficiente ad aiutarci a distinguere un testo/immagine di un autore da quelli di nostra nonna (altro problema socio culturale). Se c’è uno scopo dei corsi di fotografia, a mio avviso, è questo.

Valeria Pierini

#1

Fotografia e linguaggio.

La prima cosa che faccio quando inizio un corso o un workshop di fotografia è scardinare le vecchie abitudini in merito e ripristinare un linguaggio corretto. Quando le persone chiedono di approfondire la tecnica perché le loro foto non raccontano abbastanza, in realtà, l’80% delle volte, si stanno riferendo alla questione dei contenuti ma non riescono a verbalizzare questo pensiero altrimenti, grande lacuna socio linguistica, questa, e dico socio linguistica proprio intendendo un uso sociale e consolidato di un linguaggio errato, non di certo sto offendendo qualcuno (per i leoni da tastiera). Non è la tecnica che serve per questo, o almeno è solo un mezzo per un fine, per il fine che colma le lacune di foto buone ma non abbastanza ‘belle’ (i discorsi che si aprirebbero qui sul concetto di bellezza o meglio di armonia e composizione, li lascio per un’altra volta). Ecco perché un buon corso di fotografia deve agire per prima cosa sul nostro pensiero creativo incoraggiando le persone a trovare la propria strada e partire dall’uso corretto del linguaggio. è importante perché il linguaggio stesso è fallibilissimo e questa cosa ne è solo una delle prove. Fare un corso di fotografia serve a chiamare le cose con il loro nome perché un pensiero ed un linguaggio confuso generano una comunicazione confusa. Se quindi come pensi parli è altrettanto vero che come pensi fotografi e la tecnica ha la stessa funzione della grammatica e non del contenuto o di quell’aura magica che tutti vorrebbero trasmettere con le proprie foto.

Valeria Pierini

 

 

 

 

 

 

 

 

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