L’arte partecipata come divulgazione e attivatrice di coscienza civica

Sono nata e cresciuta in Umbria dove tutt’ora vivo e lavoro.

Fin dagli esordi, mi sono spesso occupata di realizzare opere che avessero l’Umbria come soggetto e per lo più ho realizzato opere partecipate che coinvolgessero le persone.

Il mio rapporto professionale con la mia terra nasce più come immanenza che da una specifica volontà, anzi, questa osservazione del legame con la mia terra ho iniziato a farla a ritroso, dopo anni di carriera. Il primo motivo per cui penso mi sia capitato di lavorare molto sul mio territorio è che per un artista è molto facile lavorare con ciò che ha a disposizione, quindi anche con la propria terra, guardandosi intorno, anzitutto, lavorando con ciò che ha a disposizione. Nei progetti dichiaratamente dedicati al mio territorio c’è un desiderio, una volontà progettuale condivisa anche con altre realtà umbre.

Ho sempre cercato di lavorare con entusiasmo e tutt’ora lavoro con il massimo spirito di condivisione, credo fortemente che l’arte vada portata tra le persone divulgandola, creando occasioni di incontro col pubblico e che non di certo vada ‘fatta subire’ (del tipo ‘io sono artista e voi non siete un cavolo’). Il discorso diventa ancora più degno di nota quando si lavora con la partecipazione attiva delle persone. Ciò che attivano le pratiche partecipate ha dei risvolti imprevedibili anche per l’artista che scrive e dirige il progetto. In questa progettualità si ha modo di vedere con mano quando l’arte accade nella vita delle persone. Ogni progetto partecipato, dove le persone sono state chiamate ad agire in prima persona, spesso con la scrittura, ha rivelato come nessuno rimanesse tale e quale a quando è entrato nel progetto. I risvolti divulgativi, anche, oltre che umani e personali, per chi ha vissuto queste esperienze sono notevoli.

L’opera si fa passaggio per prese di consapevolezza di ogni sorta e il limen tra arte e persone diventa sempre più sottile.

In Io tra di voi, iniziato nel 2012, e realizzato con l’associazione Umbria Noise, sono andata a fotografare le stanze dei musicisti della mia regione.

‘Si fece violino di vetro perché voleva vedere la musica’, questa frase della Szymborska mi ha mosso per andare a indagare come la musica, intangibile, occupa spazio nella vita delle persone. Allora ho aggirato totalmente le sale prova o i concerti dove l’apporto fisico è palese e sono andata a fotografare gli ambienti domestici, cercando di scovare come la musica occupasse spazi: locandine, dischi, libri, memorabilia varie. In questo caso ciò che mi ha colpito di più è stato il fatto che, sebbene molti di questi musicisti non li conoscessi, nessuno mi ha accolto come una fotografa perché il collante è stato la musica. Il passo successivo è stato che ognuno di loro ha dovuto, alcuni per la prima volta, verbalizzare perché la musica fosse importante nella sua vita, scrivendomelo. Questo è il caso in cui una domanda semplice genera nuove consapevolezze, Bruner lo chiamerebbe shock di riconoscimento: ritrovi qualcosa che è sempre stato lì ma fino a che non lo verbalizzi è come sommesso, sopito.

In topografia di una storia (2018) realizzato in collaborazione con lo Zut! di Foligno, gli abitanti della città, non solo si sono trovati a scrivere ma ci hanno messo anche la faccia perché hanno posato per le foto e il video realizzati. Qui ho lavorato su due fronti: nel video ho chiesto loro cosa è una storia e di raccontarmi poi una storia relativa alla città. Anche episodi quotidiani andavano bene, purché avessero a che fare con un luogo della città. Questo aneddoto hanno dovuto consegnarmelo anche per iscritto perché, oltre che parte dell’opera ha funzionato da sceneggiatura per le foto. Qui le persone hanno fatto due tipi di esperienze: riflettere su cose a cui non si pensa mai, tipo, ‘cosa è una storia’ e integrarla nel loro vissuto. In pratica l’ansia da obiettivo ha lasciato il posto a nuove consapevolezze e anche riflessioni sulla città. Infatti, la maggior parte di loro non ha raccontato storie che so, del mese prima, ma storie principalmente di anni passati. Questo ha generato molte riflessioni sui cambiamenti della città quando siamo andati a mettere in scena le storie raccontatemi: molti di questi luoghi erano inaccessibili.

Grazie a Who am I (2017-2020), realizzato per Strabismi festival ho avuto modo di sondare la sottile linea tra ritratto, autobiografia e autoritratto. Qui gli attori succedutisi nel teatro del festival mi hanno donato una descrizione di loro stessi, dalla quale io ho allestito dei set per rappresentarli. In pratica ho realizzato dei ritratti ispirandomi alle autobiografie, un gioco di ‘meta-ritratto’ con sorpresa e gaudio di chi ha partecipato. Ogni ritratto parte da un testo ma non ne è la didascalia, ogni ritratto tende all’immaginifico, rendendo ancora più ambigua la domanda: ‘who am I’? Chi sono le persone che hanno lasciato i testi, e chi i soggetti dei ritratti? Dove finiscono i soggetti e iniziano i personaggi creati dalla fotografa? Quanto c’è dei soggetti e quanto dell’autrice, in questa mostra?

Queste sono le domande che quest’opera ha generato.

Grazie a questo esperimento, in collaborazione col Museo Città di Cannara, abbiamo realizzato una seconda mostra che questa volta lavorasse sull’autoritratto e l’autobiografia: Menschlic. Qui è stato creato un laboratorio col fine di realizzare un’opera partecipata. Le persone che hanno aderito hanno dovuto scrivere un testo che li rappresentasse e realizzare di conseguenza un autoritratto.

Quanto realizzato nel precedente lavoro è diventato materiale didattico e divulgativo per i partecipanti che hanno poi esposto gli elaborati al Museo Città di Cannara, coi quali è stato pubblicato un ebook a cura di Incontri di fotografia, la scuola che dirigo.

Questa modalità di condivisione e partecipazione, dopo aver realizzato risvolti come sopra, in linea più generica, è una modalità strategica di lavoro, specie nelle aree interne. Anzitutto genera un pubblico, in secondo luogo, attraverso il coinvolgimento della cittadinanza viene data a quel pubblico la capacità di diventare oltre che attore e fruitore dell’arte, anche generatore di economie – magari si appassiona a una data materia, partecipa a corsi, compra cataloghi o diventa un piccolo collezionista, insomma genera a suo modo un indotto e va a creare anche un milieu in quel territorio. In un mondo dove nel ‘Mercato’ il posto per tutti non può esserci – fisiologicamente, almeno – queste operazioni sono fondamentali per tenere vive le attività e le culture e per aiutare gli artisti a svolgere il loro lavoro, sopratutto nelle aree interne dove troppo spesso gli addetti si parlano tra loro, non ci sono capacità per coinvolgere gli altri e dove spesso gli art district sono solo vetrine per i soliti noti e, peggio, economicamente sterili.

E’ essenziale, nonché fortemente politico ma super partes, creare un pubblico attraverso momenti di riflessione sul territorio col territorio, e questo, a mio avviso, è fondamentale nella provincia dove spesso ottusità, provincialismo e presunte scarsità di mezzi tendono a tarpare le ali e le mani agli artisti, che si trovano costretti a sloggiare o a ripiegare in vari modi. D’altro canto queste esperienze mi insegnano che gli artisti non devono aspettarsi nulla dall’alto, che non basta essere artisti ma che serve andare tra le persone cercando di condividere queste pratiche.

La fotografia è uno strumento tra i più fortunati della modernità e del post moderno e, a mio avviso, ha un grandissimo potenziale, a tratti inesauribile, nel lavoro con i territori.

Valeria Pierini, un articolo rimasto inedito, 2024.

Scopri e partecipa a Who am I, il laboratorio on demand sull’autoritratto.

Foto 1: ‘Io tra di voi #1′, Valeria Pierini, 2012; foto 2: ‘Topografia di una storia – Marco‘, 2018; foto 3: ‘Who am I‘, 2019.

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