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È iniziato tutto più di un anno fa, un corso (Scrivere con le immagini), e poi non avrei mai immaginato di arrivare a questo punto. Ogni nuovo percorso è pur sempre una sfida e ha nuove incognite, ma probabilmente era arrivato il momento giusto per farlo. Mi sentivo pronto, ho avuto il giusto tempo per me e ho avuto la fortuna di aver incontrato una persona che mi ha guidato e mi sta guidando fino alla fine nel modo a me più congeniale. E ho imparato un sacco di cose, ma tante, e soprattutto ho imparato a scoprire il mio lato artistico e ad apprezzarlo per quello che è. La sensazione di sottofondo che ho avuto per tutto il tempo è stata quella di un viaggio, un viaggio nel sapere e nel sentire, ero pronto a meravigliarmi. Alla fine è nato qualcosa di inaspettato (il libro ‘Lu jemete’) e toccarlo con mano, sentire il rumore di quelle pagine che scorrono, mi dà e mi darà sempre un’immensa gioia, mi brillano gli occhi e, perché no, mi si inumidiscono un po’.

Alessio Rettaroli

Mostrare la presenza umana nell’assenza: ho cercato di riprodurre,
senza tralasciare l’aspetto geometrico, il paesaggio urbano di un paese vicino il mio. Sono attratta dalle linee geometriche, dalle finestre dai panni stesi, dalle macchine ferme, cerco di mettere in risalto le linee di fuga e il paesaggio urbano, a testimonianza del fatto che non sono luoghi isolati, come sembrano, ma luoghi abitati:
lì c’è ancora vita, ogni tanto si intravede una presenza, che sia un umano o un gatto.

Rosellina Formoso

Capita a volte che faccio una fotografia per non dimenticare qualcosa, capita a volte che fotografo per far vedere agli altri quello che vedo, capita a volte che la fotografia mi fa vedere qualcosa che non vedo, capita a volte che fotografo per dire qualcosa a chi la guarda, capita a volte anche il contrario ed è la fotografia che dice qualcosa a me.
Così è capitato che ad un certo punto ho cercato di girare lo sguardo verso me stessa e ho voluto fotografare
Non so se per renderlo più vero ma sicuramente per dare un aspetto a quel disturbo che mi accompagna da sempre e rendermi consapevole dei miei limiti e allo stesso tempo della mia forza.

Saura Bianchi

Nell’anno in cui il mondo andava in crisi per il Covid, il mio di mondo ha deciso di andare in mille pezzi. E non sapevo proprio come tenerli assieme. Nell’autoritratto ho trovato il modo per ritrovarmi, scrollandomi di dosso le maschere per arrivare alla mia reale essenza. Mi sono accorta poi che c’era stato un solo sguardo capace di starmi accanto in questo percorso, l’unico incapace di giudicarmi perché scevro da condizionamenti: quello di mia figlia Asia, di 5 anni. Mi è sembrato quasi naturale chiederle quindi di lavorare insieme a me sulle immagini che segnano il ritorno a me stessa, una storia dove lei è stata attrice invisibile e guida costante.

Stefania De Chirico

Il giorno in cui ho rivisto le strade di Napoli era tutto nuovo e soleggiato.
Prima uscita dopo il lockdown. Tra persone e luoghi.
Con la sensazione di un lungo sonno ho camminato, ascoltando la voce di chi raccontava di Benjamin, il suo soggiorno tra Napoli e Capri.
Poi ho pensato che io il tufo lo conosco: l’ho toccato, l’ho respirato, l’ho sentito.
Ma non solo lui mi era mancato…avevo paura di non riuscire più a “vedere” il semplice esistere delle cose. Io sono “porosa”?
Posso entrare nella materia delle cose?
Per un giorno mi sono fatta permeabile, ho lasciato gli occhiali e nella felice libertà ritrovata ho chiesto al mio sguardo di farsi smisurato.

Daniela Storti

È un lavoro nato nel febbraio del 2021, come progetto finale del corso di “Literature e photography”. Durante tutta la durata del percorso, più o meno inconsapevolmente, sapevo che avrei realizzato un lavoro dedicato alla letteratura, come se un pensiero fisso mi accompagnasse. Non sapevo ancora come e con quali contenuti. Credo che la mia condizione fisica, ero reduce da un importante intervento chirurgico, e la pandemia, che mi costringevano a stare a casa, abbiano influito sulla struttura del lavoro. Volevo parlare di diari, di poesie, di donne che avevano scritto, mi incuriosiva pensare ai loro spazi, i loro cassetti, le loro manie. Così questo progetto è nato e si è sviluppato in totale naturalezza e con pochi strumenti, se non, la mia immaginazione. La mia casa è diventata un set in cui allestivo le camere, le scrivanie, le stanze delle scrittrici. Avevo collezionato una notevole quantità di reperti, frutto di una ricerca all’interno delle biblioteche virtuali e riviste di settore. Quando mi sono trovata davanti il materiale, le mie foto, i profili da me stilati e i reperti, è stato come comporre un puzzle e ciascuna storia, ciascun profilo, ha preso vita. Per me è stata una sfida importante, non avrei mai pensato di riuscire a portare a termine un lavoro artistico pur stando a casa. Ma credo che il grosso lavoro sia nato prima di questo esito, grazie agli stimoli ricevuti dai corsi di Incontri di fotografia. A distanza di poco più di un anno poterlo vedere stampato e poterlo toccare con mano è una grande soddisfazione, chi lo avrebbe mai detto?!

Simona Serra

Scrivere mi è sempre piaciuto, e anche fotografare mi è sempre piaciuto, ma l’idea che le due cose potessero viaggiare insieme non è stata una conseguenza automatica.
Il fulmine sulla via di Damasco sono stati i corsi di Incontri di fotografia, che mettono insieme in un percorso unico la fotografia e la scrittura come se fossero due facce della stessa medaglia. Ne ho ricavato un fiume in piena di suggestioni, spunti,
idee, letture, considerazioni che mi hanno riempito la scatola cranica come se fosse il bicchiere di un frullatore.
Il progetto è nato proprio così: un frullato di suggestioni sull’uso che nel tempo è stato fatto dagli scrittori della fotografia e dai fotografi della scrittura, e sulla funzione narrativa della fotografia, che si sono arricchite di spunti personali derivanti dalle mie esperienze e letture. Il mio personale processo creativo è consistito nel lasciare che le informazioni e le suggestioni fermentassero nel bicchiere del frullatore, guardando al processo con la coda dell’occhio mentre vivevo il resto della mia vita – una vita dove la creatività non ha uno spazio “istituzionale” – e raccogliendo al volo le idee che sbucavano fuori finalmente mature dal bicchiere. Il più delle volte le idee per i racconti sono venute fuori al risveglio al mattino, come se nella notte il mio cervello nell’incoscienza ci avesse lavorato
sopra, e così anche il nome delle protagoniste e lo spunto narrativo del sogno.
Solo le nuvole hanno fatto i capricci, svanendo dal cielo per intere settimane, e generando quel pizzico di thriller che ha reso tutto più divertente.

Serena Fantini

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