Educare alla fotografia
tramite la comunicazione di valore
‘L’educazione è comunicazione di valore‘.*
È una frase che mi ha sempre colpito molto e posso dire che ora ne vivo completamente il senso.
Più insegno, più mi accorgo che il sapere, da solo, non basta.
Si possono trasmettere nozioni, tecniche, metodi, si può imparare a fotografare meglio, si può persino imparare a costruire un progetto. Tuttavia, questo rischia di restare incompiuto se non è attraversato da qualcosa che riguarda il nostro modo di stare al mondo.
Credo che l’educazione cominci proprio qui: quando un sapere smette di essere un insieme di informazioni da acquisire e diventa un’esperienza capace di cambiare proprio il nostro modo di stare nel mondo. Se alla fine di un percorso formativo-educativo siamo gli stessi di quando lo abbiamo iniziato allora c’è qualcosa che non va. E non nelle nozioni – se e cosa ci è stato trasmesso e abbiamo preso – ma in un cambiamento sottile che ha a che fare col nostro dentro.
Per questo la fotografia, per me, non è mai stata soltanto una disciplina.
È un luogo dove i saperi si incontrano, una pratica che ci mette continuamente in relazione con la filosofia, la letteratura, la scienza, l’antropologia, la psicologia, con la natura e con l’esperienza.
Ogni sapere, se resta chiuso dentro se stesso, prima o poi si esaurisce, quando invece incontra un valore, torna a essere vivo e quel valore non coincide con un obiettivo da raggiungere: un risultato tangibile, che sia una mostra, un portfolio, una fanzine.
Coincide piuttosto con la possibilità di diventare, ogni volta, un po’ più consapevoli del nostro modo di abitare il mondo.
Scrive Sara Costanzo: ‘In assenza di contemplazione, destinazione, cultura, l’educazione oggi si rifugia nel controllo, nell’bbligo, nei divieti, nei sensi di colpa, nella paura. Il risultato è un’umanità spesso perduta in un deserto di noia a caccia di oasi di senso, intrappolata in miraggi emotivi necessari a risarcire una profonda solitudine, non quella profonda del poeta che intenzionalmente e necessariamente si allontana dal mondo per ritrovarsene più innamorato ed arricchito, ma quella di chi si sente vuoto, abbandonato e smarrito. Abitare poeticamente il mondo potrebbe essere un manifesto pedagogico. Chi impara a sentire il rapimento e la radianza delle cose, genera a sua volta radianza e rapimento e provoca destini.’
Credo che questo sia il compito più profondo dell’educazione: non dirci chi diventare ma offrirci gli strumenti per continuare a cercare. Chi siamo, noi, con la fotografia?
Valeria Pierini
‘La conclusione di un ciclo di sapere, scisso dal valore, resta di qua dalla liberazione. L’energia da lui spesa (il discepolo n.d.r.) moltiplicherà i saperi e il valore in nuove sintesi che non conosciamo‘.*
* Aldo Capitini
Settembre 2026