Considerazioni (in)attuali

A livello teorico, molti addetti ai lavori – fotografi, curatori, etc. – parlano della sovrabbondanza di immagini alle quali siamo sottoposti. Fermo restando che è un dato di fatto per i Sapiens essere circondati e, via via, sempre di più sommersi dalle immagini che un dato periodo storico-tecnologico è in grado di produrre, è vero che siamo nell’epoca dell’over.

E’ qualche tempo che mi chiedo una cosa: dato che gli addetti ai lavori parlano di questa sovrabbondanza, perché non si fa un’ecologia all’interno dei festival?

Siamo partiti e abbiamo accellerato l’idea dei festival come esperienze immersive e, nella loro eccezionalità, giustamente, pieni di cose. Ma forse non sarebbe più ecologico (a livello visivo dunque cognitivo) e anche più efficace dal punto di vista divulgativo, fare meno mostre ma più approfondite? Girando per festival la mia impressione, confermata da quella di colleghi e avventori è: c’è troppa roba. Gli stessi addetti ai lavori spesso, entrando in una mostra, fanno il giro della stanza ed escono, inebetiti. Abbiamo calcolato da lungi che l’attenzione umana dura poco, come anche che fruire consapevolmente una mostra richiede energia, parliamo del fatto che le opere meritano tempo ma facciamo in modo di andare nella direzione opposta, ci impegniamo proprio a rincoglionirci e a rincoglionire gli altri. Se coi social diciamo che è un dato di fatto che fruiamo immagini diverse allo stesso modo rimanendone insensibili, allora è vero anche coi festival. Molte persone dopo una mostra faticano di natura. Perché il corpo e la mente sono, giustamente, sovra-stimolati rispetto alla normalità. In un contesto pieno come quello dei festival si va, praticamente in overdose e il risultato è che non si è visto nulla, considerando che, ormai, la normalità è la sovrastimolazione.

Riporto le parole di un mio corsista riguardo le sue visite in alcuni di questi contesti: 

Per quanto riguarda il resto, ho avuto due fasi: la prima di entusiasmo assoluto, dove mi piaceva praticamente tutto. La seconda dove ero piuttosto stanco, dove non mi piaceva più niente. I progetti che mi ricordo sono quelli che probabilmente mi han lasciato qualcosa (in positivo, poi ci sono anche quelli negativi.’

Con statement scritti (anche dall’IA) per essere, giustamente, veloci da leggere fornendo le coordinate necessarie alla fruizione (e che comunque da sempre si fatica a leggere), come si fa a capire un lavoro, ciò che stiamo guardando, ad esserne colpiti, in positivo o negativo, a fare esperienza di ciò che vediamo? In pratica, andare a un festival è diventato come scrollare sui Social. 

Da quando espongo i miei lavori realizzati con la colorazione manuale delle foto (che siano acquerelli o pastelli) e successivamente scansionati in cicli di stampa e postproduzione continui fino a ottenere l’immagine finale, mi sono resa conto quanto conti più che mai permettere alle persone di fare esperienza di quella che è anzitutto la mia esperienza. Lavori che nascono dalla contemplazione, da remoto (come il mio A volte, la Terra, foto qui sotto)

o dal vivo e poi da remoto (come il mio I greci non conoscevano il blu, foto qui sotto) ho notato – più del solito – che assumono un effetto stupefacente sulle persone quando gli vengono raccontati, quando hanno modo di entrare con me nel processo. E’ come se entrassero davvero nelle foto, vedendo le trame del colore che si fonde con la carta. E’ come se si acuisse la vista. Perché non sono immagini nate da una semplice colorazione manuale delle foto (antica quanto la fotografia) ma ci sono passaggi teorici e concettuali, c’è un metodo creato ad hoc, c’è un mondo. Un mondo che, tornando al tema generale di questo scritto, in certi contesti viene precluso alle persone a causa del contenitore in cui le foto vengono offerte alla fruizione. Quante opere ci perdiamo, perché saturi e impossibilitati a farci attraversare da ciò che stiamo osservando, facendo così?

Valeria Pierini, maggio 2026.

Foto 1: A volte, la Terra #12, dalla serie ‘A volte, la Terra‘;

foto 2: Il mare color vino, dalla serie ‘I greci non conoscevano il blu‘, Valeria Pierini.

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