Analogical song

Un esperimento analogico
Marzo/luglio 2025
In progress

Porto Garibaldi, marzo 2025

19 marzo 2025 ‘Prima uscita’
Come sono tornata all’analogico?
Al solito, con la coda dell’occhio. O con il mio occhio interno – il terzo, o il quarto, o quel che è.
Preparandomi mentalmente alla prossima avventura fotografica – una spedizione a Comacchio al seguito di Valeria – ho associato le immagini dei luoghi che andremo a visitare alla mia vecchia compatta analogica, la mia prima macchina fotografica, regalo della maturità, ancora custodita in una scatola dentro un armadio .
Ho tirato fuori la mia piccola Olympus Miu, aveva la batteria scarica.
Ho cercato e comprato le batterie nuove, e una volta verificato che si accendeva- bastava aprire lo sportellino, il micro-display comunica lo stato della batteria e i comandi del flash – sono passata alla fase due – i RULLINI!
Prima amara scoperta: costano un botto!
Ho seguito l’ispirazione e ho comprato pellicola in bianco e nero. Era questo il colore delle immagini nella mia testa, e ho voluto rispettare questa visione.
Poi ho deciso di studiare un po’, per capire come volevo fotografare. Ho letto qualcosa su internet cercando a caso, e quello che mi ha colpito di più era una informazione a mio parere controintuitiva: che le foto in bianco e nero funzionano meglio con i soggetti caratterizzati da forti contrasti, con la luce grigia – nuvoloso, per esempio – le foto si appiattiscono.
Ok, mi sono detta, proviamo i forti contrasti. Ho pensato al bianco e nero Drammatico di Salgado, a quello satinato e grafico di Michael Kenna, era quello a cui miravo.
Ho deciso di fare un test.
Ho scelto un pomeriggio assolato, un paio di zone che conosco in città, e sono partita.
E ho sbattuto contro l’analogico!
E sì che non sono una nativa digitale, come direbbero i sociologi.
Ma dopo decenni a pensare in digitale, è dura tornare al pennino e al calamaio.
E ricordiamoci che ho per le mani una automatica basica a focale fissa, no zoom, no grandangolo, guardi nel mirino e se non ci sta tutto ti sposti tu e se quello che ti piace è un microbo nell’inquadratura o ti avvicini o ci rinunci.
E poi: hai trentasei pose. Che costano un botto!
E ancora non sai quanto ti costerà sviluppo e stampa.
E infine: non sai come sono venute, dopo che hai scattato. Cioè, tu ti guardi intorno, trovi uno scorcio che sembra fare al caso tuo – ombre marcate, soggetti illuminati, proporzioni, linee dritte, insomma, usi il mirino come un mirino – poi scatti. Al click segue il rumore dello scorrimento della pellicola, e istintivamente vai a guardare il retro della fotocamera per controllare che l’inquadratura fosse corretta, che sia dritta, che non hai segato dettagli import… ah, già.
Hai un display grande come quello di un Casio – orologio anni ’80 a cristalli liquidi – che ti dice solo che hai scattato una posa, la numero 7, e che la prossima è l’ottava.
Risorse limitate, nessuna anteprima.
Le tre foto di ieri sera a una scodella blu piena di fragole mi deridono dalla memoria del mio cellulare.
Cosa pensavo di ottenere?
Che cosa avevo davvero in mente?
Cosa ne verrà fuori?
Lo sapremo dopo sviluppo e stampa.
Nel frattempo, confesso che la parola che mi ha alitato nell’orecchio durante il breve esperimento di oggi è stata FRUSTRAZIONE.
Chissà, se una volta raggiunto l’agognato traguardo S&S, le mie buone intenzioni saranno premiate da qualche scatto decente.
Intanto, ho scattato solo una quindicina di pose, fra angoli noti della mia città e panorami.
Sospendo il giudizio.
A parte quello sul rumore della pellicola che scorre dopo aver scattato. Quello mi piace un sacco. Mi è sempre piaciuto un sacco.

Perugia, marzo 2025

Roma, aprile 2025

20 marzo 2025 ‘Rumore’
Col rumore della pellicola che scorre ho finito ieri sera e da lì ricomincio.
In tv danno Perfect Days, e il protagonista ha appena scattato una delle sue foto al KOMOREBI, il raggio di luce che attraversa il fogliame degli alberi. Lui scatta, e la pellicola scorre.
Va a stampare i rullini, scarta le foto venute male, tiene quelle venute bene.
E forse la risposta è tutta qui.
Un po’ come la mia teoria sui viaggi nel tempo. Siccome non si possono fare, dobbiamo cercare di fare il meglio possibile. Tenere le cose venute bene, eliminare quelle venute male, imparare dagli errori per non commettere quelli già fatti, creatività nel commetterne di sempre diversi.
Fine del pensiero analogico di oggi.

Giappone, maggio 2025

Livorno, giugno 2025

5 luglio 2025 ‘Tecnica’
Riemergo quattro mesi dopo, al termine di vari esperimenti sul campo. Gite di una giornata, viaggi di più giorni, passeggiate estemporanee.
Scattare in analogico e in bianco e nero mi ha costretto a guardare le forme, i contrasti di luci e ombre, ad avvicinarmi o allontanarmi dai soggetti, a volte a rinunciare a uno scatto per l’impossibilità oggettiva di ottenere una inquadratura soddisfacente.
È stato un esercizio di osservazione, pazienza, frustrazione.
Non conoscere in tempo reale il risultato dello scatto è la frustrazione più grande. Renderà l’immagine che volevo? Il contrasto fra ombra e luce risulterà così netto? Avrò colto l’effetto che volevo? Avrò tenuto dritto l’orizzonte?
A volte raddrizzo le foto ancora prima di tornare a casa, direttamente sul cellulare. Questa rapidità di esecuzione, la facilità estrema di manipolare l’immagine, di aggiustare l’inquadratura, di eliminare i difetti, modificare i colori, niente di tutto questo è possibile con una compatta analogica. Non essendo capace di sviluppare i rullini non la minima idea di come agire anche solo per schiarire un grigio.
So che i professionisti hanno – o avevano – tecniche e strumenti per elaborare una stampa più vicina al loro ideale, ma è una tecnica che non possiedo.
Ho sempre comunque ammirato la tecnica, l’occhio dei fotografi di un tempo, che scattavano e basta, e quello che avevano immortalato lo vedevano dopo, nella camera oscura, e comunque la maggior parte delle foto più iconiche del secolo scorso sono stampate ai nitrati di argento, scattate su pellicola. Con la mia compatta a focale fissa non mi avvicino neanche a quelle tecniche, ma trovo che un certo spirito si sprigioni anche dalle mie foto, uno sguardo più malinconico, più romantico e sognante.

New York giugno 2025

16 luglio 2025 ‘Stampe pronte’
Arriva il messaggio: ‘STAMPE PRONTE’, e mi precipito al negozio per andare a ritirarle.
Ah, sì, ho già scaricato le foto scattate con il cellulare e con la reflex digitale, le ho sfogliate a schermo e ho individuato i miei scatti preferiti, ma quelle che sto andando a prendere sono quelle analogiche, scattate durante lo stesso viaggio.
Cosa c’è di diverso?
Uno, le foto scattate allo stesso soggetto con mezzi diversi daranno risultati diversi? Quanto? E quale dei due preferirai?
Due, ci sono posti in cui hai ritenuto che non ci fossero le condizioni per scattare in analogico, ma ci sono posti in cui hai scattato solo in analogico, il risultato sarà all’altezza?
E poi la generica ansia da prestazione – sarà valsa la pena (e i soldi) per ottenere chissà cosa?
È la parte più “friccichina” di tutto questo progetto.
L’attesa di vedere i risultati. La speranza che siano decenti, il timore che non lo siano abbastanza.
Che poi, in realtà, scattare centinaia di foto in digitale è ormai un’abitudine, ma su mille scatti quanti ne sono veramente riusciti?
Almeno, in analogico ci pensi un po’ di più prima di scattare.
Foto ritirate!
Il costo continua a salire, da aprile ad oggi, danno la colpa al costo degli acidi, ma sospetto che cresca solo per me.
Foto a casa, nelle loro buste.
Apro la prima, sfoglio le stampe, non sono in ordine, qualcuna è storta, qualche inquadratura tagliata, ma la mia bocca si increspa in un sorriso di orgoglio, meraviglia, gioia.
Le foto hanno una atmosfera. Un carattere che le accomuna, anche quelle non riuscite. Un miscuglio di vintage, anacronismo, scoppio ritardato di emozioni.
Lo sguardo, l’inquadratura, lo scatto, due settimane e mezzo di curiosità e ora fra le mie mani il risultato di quel processo, il medium stra-mediato, l’intervento fisico dello sviluppo e della stampa, ed eccolo qui, il risultato.
Una foto è una foto, è l’affermazione più falsa e banale che si possa fare.
È la sintesi di un processo tecnico, tecnologico, digitale, analogico, di un processo ottico e mentale, che è influenzato da letture, studi, sguardi, interessi stratificati, difetti visivi, condizioni meteorologiche, posizione rispetto al soggetto, numero e natura e dimensioni degli ostacoli fisici e non, che si frappongono fra te e quel soggetto, e sicuramente dimentico qualcosa.
Una sintesi formato 10×15 in bianco e nero che mi provoca una irrefrenabile voglia di sorridere.
Qualcosa che non è mai solo un brandello di ricordo di una esperienza, anche quando di foto di viaggio, ma contiene un mondo di emozioni e suggestioni, che si compongono nel mio cervello prima durante e dopo ogni scatto.
Un fare che dimostra ogni volta che c’è un fare da fare che merita di essere fatto.
Un’espressione di me, al di là di quello che so o non so fare. Lo faccio e basta, senza chiedermi se sono brava a farlo. Gli dà un senso la mia voglia di farlo.
Se poi qualcun altro ci trova un senso, è bello e gratificante, naturalmente.
Ma è una cosa che fa parte di me a prescindere.
Non è un caso che ho sempre giocato con la macchina fotografica di papà, che per la maturità ho voluto che mi regalassero una macchina fotografica, che nel momento peggiore della mia vita la prima cosa che mi sono comprata è stata una macchina fotografica, e il corso di fotografia è la prima esperienza con cui ho cercato di rinascere.
Fotografare ha un senso per me.
E cercare modi “nuovi” di farlo è solo un modo di tirare fuori quello che matura dentro di me, alimentato dagli stimoli che il mondo si incarica di sottopormi. Alcune foto dell’ultimo set sono davvero notevoli.
Più di quelle digitali.

Il set New York si è prestato più degli altri. Più del Giappone, più della visita all’Amerigo Vespucci. E anche questa è una riflessione.
E ammetto, ora mi è venuta voglia di fotografare in analogico a colori…

Serena Fantini

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