Esercizi di libertà

Il punto non è fare foto che emozionino o che siano belle. Chi se ne frega di fotografie belle? Personalmente quando inizio a subire il fascino di un tema, anche dal punto di vista visivo, mi spavento se dietro le immagini che mi accingo a creare non c’è un qualcosa di perturbante, una sostanza. Ho affrontato tematiche che mi hanno portato verso la fotografia documentaria. Ho visto foto bellissime che avrei voluto fare io ma poi, leggendo le ricerche dei fotografi, mi sono resa conto che non andavano oltre l’impatto del titolo. C’è, molto spesso, un modo di scegliere, affrontare e produrre tematiche retorico che non approfondisce e presenta fotografie che sono ormai dei cliché visivi ma non dicono niente di più rispetto alle narrazioni già esistenti. Mi sembra come fare fotografie belle ma senza aver approfondito nulla, sperando di beneficiare della bontà d’animo di chi guarda le fotografie (e anche sulla sua scarsa preparazione).
Forse, a mio modo, questo è un rifiutare in modo quasi totale questo mondo vuoto, questo colonialismo dell’approssimazione. La domanda è quella che mi ha insegnato ‘Antropocene fantastico’ di Matteo Meschiari, che mondo vogliamo costruire senza immaginare? Che fotografia vogliamo fare, adesso, al cambio della marea?’ 

Dico questo ai miei corsisti. Oltre che a fornirgli strumenti e nozioni a tema fotografia, lavoriamo molto sullo sviluppo della loro creatività. E’ un modo per partire dalle basi della questione, è inutile puntare alla fotografia senza conoscersi e capire cosa funziona meglio per noi. Ho appurato che tutto questo funziona, che aiuta le persone ad essere fotografi consapevoli, capaci e che non si attaccano a presunte categorie o che, inconsciamente, seguono le orme del mito di turno, come descritto sopra. Lavorato sulla loro creatività il passo successivo è portarli a guardare fuori, a ciò che li circonda. In che ecosistema mi sto muovendo? Ci sono enti, istituzioni ai quali posso rivolgermi che mi aiutino a realizzare i miei progetti? Conoscere i territori in cui ci si muove per realizzare le proprie opere è una cosa molto importante perché alcuni sono più predisposti, a volte anche inaspettatamente, altre volte meno e quindi c’è bisogno di attuare percorsi diversi. C’è una nuova cosa sulla quale sto lavorando: la propria autonomia autoriale. Noto come spesso anche quelli formatisi nelle grandi scuole o nelle accademie conoscano pochissimo il mercato, il settore di riferimento né sappiano tantomeno come muoversi per crearsi un percorso. Spesso non sanno nemmeno come si vendono le fotografie, non sanno nulla di tirature, autentiche, niente. In pratica sono tecnicamente iper preparati, sicuramente per soddisfare aziende editoriali e non ma conoscono pochissimo come il mondo fuori funziona. Questo fa sì che le persone (peggio mi sento quando non c’è una formazione accademica di sorta) si adattino, senza porsi mezza questione etica o di efficienza economica, a ciò che esiste già. Aspettando che la marea della gloria li sollevi magari partecipando a concorsi costosissimi, o pagando qualche curatore o galleria o mandano portfolio a manetta. La domanda che gli faccio è: e se la gloria non arriva, se quell’onda non arriva a sollevarti tu che fai? E se quell’onda – come è fisiologico che sia – ti mastichi per un po’ e poi ti rimetta giù tu che fai? Oltre che a non aver mai cercato di conoscere il settore in cui pensano di volersi inserire non si sono mai fatti queste domande. Segno di un’agire istintivo che demanda all’esterno la propria sopravvivenza ed è agito dall’esterno. Preoccuparsi della sopravvivenza è sacrosanto ed è per questo che non può essere demandato all’esterno, perché noi non abbiamo potere sui risultati che otteniamo, le onde vanno e vengono. L’unica cosa sulla quale abbiamo un reale potere sono le azioni, agite con consapevolezza. E questo diventa lo spunto per lavorare nella didattica preparando le persone a conoscere il sistema socio-economico della fotografia. Unito alla consapevolezza sulla creatività diventa un punto di svolta essenziale per pensarsi come autori. La domanda a monte del percorso, fondamentale, alla quale devono rispondersi è: perché faccio fotografia? Se la risposta è perché si desidera la gloria allora bisogna fermarsi. Se la risposta è una forte motivazione interiore allora si va avanti, la creatività decolla e si conosce chi si è. Decollando la creatività accade qualcosa che è il contrario di quanto descritto all’inizio: si trova la propria voce, la propria zona di genio che ci appartiene di nascita. E’ questa voce che caratterizzerà il nostro percorso di autori. In questo modo le persone sono portate dentro al lavoro autoriale acquisendo tutta una serie di skills che vanno dalla redazione dei testi nelle tipologie che sono utili a chi fa questo lavoro (purtroppo la fotografia non basta), alla progettualità spinta, al metodo e a come ricavarsi una fetta di pubblico disposto a finanziare o collezionare le proprie opere. Sì, perché laddove le persone tirano fuori la propria voce tirano fuori il modo in cui vanno a porsi là fuori, nel mondo fisico e virtuale, anche.

Chi siamo ci aiuta a definire che tipo di pubblico e quindi acquirenti possiamo avvicinare, anche da soli. Perché a quell’eventualità che l’onda alta non ci sollevi bisogna pensarci. Bisogna pensarci a prescindere. Chi sono io? Che autore sono? Cosa voglio dalla mia fotografia?

In questo percorso è un po’ come se portassi i corsisti a bottega perché gli do accesso al materiale riservato per i miei collezionisti. In questo modo le persone prendono ispirazione su cosa possono fare, magari anche meglio di come la faccio io, su cosa funziona in base alla loro voce. Imparano a coltivarsi un pubblico di acquirenti e interessati. In questo modo le persone sono formate e autonome, possono scegliere liberamente in quali contesti porsi perché hanno una loro identità.’

(E’ possibile richiedere info per questi percorsi su misura rispondendo a questa email).

‘Troppo spesso, in 16 anni di carriera e poco meno di insegnamento mi è capitato, e tutt’ora succede, di vedere studenti, giovani fotografi titolati o meno e peggio, colleghi, disorientati, il che li porta ad annaspare sperperando risorse senza un ragionamento che sia vagamente etico o mediamente efficiente a livello economico. Anche tra gli addetti ai lavori, quando il silenzio assenzo non è complice e colpevole di molte delle note dolenti, l’atteggiamento è un lascivo ‘è così’, cosa che reitera inconsapevolezze e modelli di lavoro o didattici totalmente distorti.

Ognuno diventa la replica di un sistema specchio di quello macro, un po’ come quello che è successo alla bolla della musica indie tra gli anni ’90 e 2000: tutti si distaccavano e tutti replicavano ciò che contestavano. Con l’avvento della musica digitale hanno tutti fatto una fine discutibile, quando non sono riusciti a salire nella vetta dei pochi eletti.’

Valeria Pierini, un articolo rimasto inedito, 2024.

Scopri Esercizi di libertà, il nostro corso on demand.

Facebook