
Si legge sempre più spesso, in molte call, anche importanti, che possono partecipare professionisti e amatori. Molti si fregiano di essere così aperti e di ‘non creare divisione’. Oppure che non c’è bisogno di mandare il cv perché quello su cui si baseranno le selezioni sono i lavori inviati.
Pensare che bastino le foto è un concetto novecentesco e il 900 è finito da 26 anni. Questo concetto ha fatto sì che si equiparassero ‘a parità di belle fotografia’ i lavori degli amatori, degli avventori e dei professionisti. Ciò è stato favorito dal fatto che, al contempo, (alcuni, molti) presunti professionisti che abbiamo fatto emergere non contengano in sè mezzo e dico mezzo seme di consapevolezza e professionalità. Dunque, de dovessimo guardare queste cose, consapevolezza, struttura del lavoro, anche teorica, e skills, dovremmo cestinare la metà dei ‘professionisti’ che manteniamo. Il cv non deve servire per scegliere i fotografi in base al pedegree ma ad attestare la solidità dei progetti che si valutano. Una vita dedicata al lavoro di fotografo e di ricerca (contenente tutte queste cose menzionate sopra) non può essere messa alla pari della produzione degli avventori o degli appassionati. Altrimenti continuiamo a perpetuare quel faslo mito che vuole il colpo di genio dall’alto. Questo se arriva, arriva una volta e se tu non ti metti nelle condizioni di coltivare il talento (no la passione che è un’altra cosa e ne parleremo qui) con quel genio ci fai ben poco. Il cv contestualizza i lavori inviati. Non deve privilegiarli. Aiuta a capire il percorso di chi ci troviamo davanti e le opere inviate. Se ci si ferma ai nomi forse vuol dire che le selezioni si fanno di fretta e per velocità si guardano i nomi. Si passa da un’estrema selezione del pedegree ad un’estremo disprezzo per chi ha un cv, a prescindere dai nomi che ci sono scritti, paventando che tanto contano le foto e siamo tutti uguali e ‘noi non badiamo al cv’, ma per favore.
Ma non siamo uguali nemmeno per niente! Scegliere un amatore/avventore senza attestarne il percorso attraverso bio o cv, vi assicura che quel progetto sia frutto di un percorso o di una botta di fortuna? Il percorso artistico serve a questo. A garantire la solidità del lavoro. L’amatore non ha bisogno di farne un lavoro. E perché c’è bisogno della solidità del lavoro? Qui la risposta: se dovete scegliere l’idraulico – conoscenze a parte – scegliete quello che ha un buon nome o quello di cui escono fuori solo magagne? E questo non in senso dispregiativo ma proprio qualitativo. E’ a seconda della caratteristiche di ognuno, che ognuno sceglie che cosa, ad esempio, ascoltare di musica o che pane comprare o che scrittore ci piace leggere (mode e neuroni specchio a parte). Essere tutti uguali implica non scegliere. Ma viviamo in un mondo di scelte. Accettare tutti in contesti consoni ad ognuno è inclusivo perché dà ad ognuno la possibilità di lavorare, emergere, evolversi e portarsi nel mondo in modo consono a ciò che emana e al suo percorso. Accettare tutti nel senso sopra descritto – è vestito di ecumenismo – ma è divisivo. E’ come mettere in competizione una Ferrari e un triciclo.
Quindi, questi contesti di parità di diritti e uguaglianza, cosa cercano, cosa vogliono dai fotografi, dagli artisti?
‘Ognuno è un genio‘, diceva Einstein, ‘Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.’
Valeria Pierini
Febbraio 2026
